Il pensiero unico sulla guerra, nemico della pace

In Russia come pure, per la verità, in larga parte del pianeta, la libertà di pensiero – è cosa nota – non se la passa benissimo. Ma da noi? La domanda non è polemica, ma risponde a una curiosità, c’è da augurarsi, ancora lecita. E che nasce alla luce della preoccupante polarizzazione di posizioni sul conflitto in Ucraina, quella, per capirci, secondo o cui si stravede per il presidente ucraino, Volodymyr Zelens’kyj oppure si sta con quello russo, Vladimir Putin, i cui accostamenti ad Hitler sono all’ordine del giorno. Tertium non datur.

Il fatto che si possa condannare l’invasione russa e solidarizzare – non solo a parole – col popolo ucraino, riconoscendone tutto il diritto alla resistenza, senza però guardare con favore alle richieste di Zelens’kyj sull’invio di armi e sulla “no fly zone” (quest’ultima contestata pure da decine di esperti americani), ecco, non è contemplato. O, se lo è, è bollato come giustificazionismo putiniano; il che appare grave. Anzitutto per la già richiamata libertà di pensiero, valore che appare incompatibile con semplificazioni il cui primo effetto è il soffocamento del dibattito.

In effetti, quanto capita ad Alessandro Orsini, il direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’università Luiss il quale, per aver ricordato nei suoi interventi le responsabilità occidentali nel non aver evitato la guerra ucraina, è stato richiamato dalla sua università e riceve pressioni per non presentarsi più in tv, ecco, non è un bel segnale. Non lo è neppure la decisione del Manifesto di censurare un articolo di un suo giornalista, Manlio Dinucci, dopo averlo pubblicato per breve tempo on line, solo perché critico con certe politiche americane.

Detto questo, attenzione, il punto vero non è neanche la messa in discussione della libertà di pensiero, che pure dovrebbe essere un tema caro all’Occidente. Il punto vero è che, se si adotta e si permane in un simile approccio, la pace si allontana. Per il semplice fatto che, stando così le cose, la pace inevitabilmente passa da un accordo con la Russia. Un accordo che l’Europa, dispiace doverlo esplicitare, non sta concretamente cercando, lasciando questo compito ad altri Paesi (Cina, Israele, Turchia). 

Non è un caso che colui che più di tutti conosce le posizioni di Putin, perché lo sente al telefono, ma al tempo stesso fa pienamente parte della compagine europea – il presidente Emmanuel Macron – sia anche quello che, con più chiarezza, ha dichiarato cosa attende il Vecchio Continente: «Questa guerra durerà a lungo, dobbiamo prepararci». Abbiamo dunque la matematica certezza che, spingendo sulle sanzioni e soprattutto sull’invio di armi, l’Ucraina verrà ulteriormente insanguinata per settimane, mesi, forse di più.

Rispetto a questo, schietto è stato Federico Fubini del Corriere della Sera che, pochi giorni fa, in televisione ha detto: «Dobbiamo far sì che l’avventura in Ucraina di Putin vada sempre peggio e sia sempre più sanguinosa». Un pensiero lecito, beninteso, che però comporterà immense perdite al popolo ucraino. Un pensiero che – c’è poco da fare – non è di pace e non è manco parente di quel negoziato che, da subito, la Santa Sede ha indicato come obbligato. È il pensiero unico sulla guerra. Di cui senza dubbio il Cremlino è responsabile, ma che altri non stanno affatto facendo di tutto per arrestare.

Giuliano Guzzo