Editoriali

Taiwan: schiena contro schiena

Mentre in Ucraina è ancora in pieno svolgimento la guerra tra procura tra russi ed anglosassoni, gli USA giocano pericolosamente col fuoco sul versante opposto dell’Eurasia: la visita di Nancy Pelosi è una vera e propria provocazione, o meglio, ritorsione, in risposta al supporto cinese a Mosca. Russi e cinesi stanno infatti “combattendo” schiena contro schiena, offrendo pochissime opportunità alle potenze marittime. Considerazioni sulle operazioni militari cinesi attorno a Taiwan e probabili scenari futuri.

Schiena contro schiena, guerra sui due oceani

Nella nostra analisi di inizio anno, in cui avevamo pronosticato un conflitto militare maggiore nel corso del 2022 poi concretizzatosi, avevamo scritto che, di fronte alla sfida lanciata dalla potenze marittime anglosassoni per la conservazione dell’egemonia mondiale, Russia e Cina avrebbero dovuto imparare a combattere schiena contro schiena, formando quel “blocco continentale” che rende Mosca e Pechino invincibili e vanifica qualsiasi assalto anglosassone. Così è stato. Alla vigilia della campagna militare in Ucraina, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno sancito l’amicizia “senza precedenti” tra i due Paesi e, alle parole, sono seguiti i fatti: nei sei mesi di operazioni militari in Ucraina, mentre l’Occidente a guida anglosassone ha fatto di tutto per isolare politicamente ed economicamente la Russia, gli scambi commerciali tra i due Paesi sono cresciuti a livello record, toccando un incremento del 30% rispetto all’anno precedente.

Finché Mosca e Pechino sono solidali, le possibilità di abbattere le due potenze sono scarse o nulle. L’intera strategia anglosassone, ora e nel prossimo futuro, verte quindi sul tentativo di dividere russi e cinesi. Nei primi cinque mesi delle operazioni in Ucraina, gli angloamericani hanno dunque minacciato di imporre a Pechino sanzioni non dissimili da quelle inflitte a Mosca: qualora i cinesi non avessero cessato il loro sostegno alla Russia, dicevano a Washington, il rischio di provvedimenti analoghi a quelli imposti contro Mosca sarebbe stato molto concreto. È probabile che gli anglosassoni non abbiano seguito questa strada temendo di frantumare troppo velocemente il fronte “occidentale” contro la Russia, già stremato da inflazione e scenari economici più foschi che mai. USA e UK hanno quindi optato per una seconda soluzione: la provocazione di Taiwan. La visita a Taiwan, nei primi giorni di agosto, di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti americana, deve essere interpretata come una vera e propria “rappresaglia” per l’appoggio dato da Pechino alla Russia. Se non vi separate, è il messaggio, siamo pronti ad incendiare l’isola ed il settore Pacifico.

Ad una più attenta analisi, il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan a sostegno dei secessionisti “democratici” dell’isola, sottointedeva però un vero e proprio bluff. Con il fronte militare “aperto” in Ucraina e gli arsenali pericolosamente vicini ai livelli critici a causa delle forniture belliche al regime di Kiev, USA e UK non avevano alcuna intenzione di aprire un secondo fronte militare, per di più quello decisivo, nell’estate del 2022. Mentre, infatti, Nancy Pelosi, atterrava sull’isola, la flotta americana ed in particolare la portaerei Ronald Reagan si tenevano ben distanti dallo Stretto di Taiwan, che separa Taipei dal continente. In risposta alle provocazioni americane, la Russia ha prontamente “restituito il favore” ricevuto dai cinesi in Ucraina ed il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha duramente criticato le manovre statunitensi a Taiwan. A quel punto, è stato facile per Pechino “vedere” il bluff americano. Appena Nancy Pelosi ha lasciato l’isola, i cinesi si sono cimentati in manovre militari senza precedenti attorno a Taiwan, senza che da parte americana ci fosse nessuna reazione di alcun tipo.

Occorre ora effettuare alcune considerazioni, alcune di carattere schiettamente geopolitico e altre di natura militare, su quanto avvenuto. Si parta da quelle di natura geopolitica. Taiwan è, innanzitutto, territorio nazionale cinese e Pechino, che conobbe lo sfacelo e la dissoluzione statale tra il 1911 ed il 1949, aborrisce qualsiasi tentativo secessionista o qualsiasi ingerenza esterna nei propri affari, in Tibet e nello Xinjiang, proprio come a Taiwan. L’isola, però, riveste un ruolo del tutto speciale nel confronto tra la Cina e le potenze marittime anglosassoni. Durante la Guerra Fredda, infatti, Taipei era parte integrante di quella catena di isole, denominata “First island chain”, volta a contenere l’Heartland comunista. Ristabilire il pieno controllo su Taiwan avrebbe, quindi, per Pechino, un altissimo valore strategico: significherebbe “rompere” la prima catena delle isole, incuneandosi tra il Giappone (che dopo l’assassinio di Shinzo Abe sta velocemente procedendo sulla strada del riarmo) e le Filippine “sotto protezione” statunitense, proiettandosi verso l’Oceano Pacifico aperto, dove si decideranno le sorti del prossimo conflitto mondiale. Considerazioni di natura militare. Durante le esercitazioni militari attorno a Taiwan, i cinesi hanno dimostrato di non disdegnare affatto un approccio indiretto alla questione (per “approccio indiretto”, si veda il nostro libro sulle Pan-regioni): anziché prendere di petto l’isola, lanciandosi in un’operazione anfibia in grande stile, Pechino ha rivelato di essere pronta ad una strategia indiretta. Si tratta del blocco navale di Taiwan che, inevitabilmente, terminerebbe nel volgere di poche settimane nella capitolazione dell’isola e nella resa del governo secessionista filo-anglosassone.

Qualora, in un prossimo futuro, Pechino dovesse andare fino in fondo con la strategia del blocco navale o tentare in alternativa l’assalto diretto all’isola, è lecito comunque aspettarsi, presto o tardi, una reazione militare anglosassone (l’alleanza AUKUS tra inglesi, americani e australiani), coadiuvati quasi certamente dai giapponesi. Entra così in gioco il secondo aspetto delle esercitazioni militari cinesi svoltesi attorno a Taiwan in queste settimane: un elemento essenziale del dispositivo militare cinese con cui è stata “avvolta” Taipei, sono stati i missili anti-nave Dong-Feng, che hanno sorvolato l’isola partendo dal continente. Come abbiamo già scritto in relazione al Mar Nero e al Mar Baltico, è difficile sottolineare abbastanza come questi strumenti militari cambieranno i rapporti di forza nei mari marginali, compreso quello cinese, a tutto vantaggio delle potenze continentali. Disponendo di missili anti-nave supersonici, sarà gioco facile per cinesi e russi ripulire tutti i mari in prossimità delle loro coste, espellendo quindi gli anglosassoni dal Rimland ed agguantando la vittoria.

Di fronte alla compattezza del fronte russo-cinese, è facile prevedere che gli anglosassoni andranno avanti col loro tentativo di separare Mosca da Pechino, per evitare quella guerra sui due oceani (Atlantico, con la sua propaggine mediterranea, e Pacifico) che non sono assolutamente in grado di sostenere. Abbiamo già scritto che l’alternanza tra democratici “anti-russi” e repubblicani “anti-cinesi” giochi un ruolo chiave in questa strategia. Nel prossimo articolo vedremo come il tentativo angloamericano di “chiudere” il fronte russo per focalizzarsi interamente sulla Cina e sul Pacifico, passerà per una forma più o meno esplicita, e più o meno sanguinosa, di “guerra civile” che contraddistinguerà la politica degli USA nei prossimi 2-3 anni.

Federico Dezzani

Secolo Trentino