Le fedi del terzo millennio

Centro Culturale Ikeda per la Pace a Milano

Quando si nasceva in Italia, da famiglia “indigena”, fino a non moltissimo tempo fa, ci si ritrovava cattolici, battezzati di default; seguiva la trafila della prima comunione, la cresima, eventualmente nozze in chiesa.

Ormai l’anticlericalismo è un’ideologia, e come tale la rifiutiamo. La storia della chiesa cattolica, mirabilmente raccontata, con un pizzico di ironia e il consueto disincanto, da Indro Montanelli nella “Storia d’Italia” (collaboratori transitori, Mario Cervi e Roberto Gervaso) è caotica e incongruente come tutte le storie individuali e collettive che l’essere umano crea.

Negli anni molti hanno abbandonato l’antica fede. L’esempio è venuto, come sempre, da persone di spettacolo, pronte a collocarsi nelle nuove correnti di pensiero, soprattutto quelle di derivazione orientale e segnatamente nel buddismo. Dagli anni ottanta circa anche alcune quote di popolazione ne hanno seguito l’esempio.

Per gli ostili alle novità, si tratta quasi di una setta, non esaustiva di tutto il corpus, transitato dall’India alla Cina e arrivato qui diviso in branche: da quella celebrata tibetana (propagandata per esempio da Richard Gere e alquanto politicizzata), che fa capo al Dalai Lama e una struttura ispirata al monachesimo, a quella giapponese, chiamata “Soka Gakkai”, che fa riferimento al pensatore giapponese Nishiren Daishonin vissuto nel tredicesimo secolo dopo Cristo, di cui è leader riconosciuto il nipponico Daisaku Ikeda (classe 1928), peraltro soggetta a scismi nel corso del tempo.

La pratica consiste in incontri di gruppo e preghiere giornaliere personali, nell’acquisizione di una pergamena detta “Gohonzon”, nella recitazione davanti ad essa di “Gonghio” (sintesi di alcuni capitoli sapienzali) e Daimoku, quest’ultimo la ripetizione del mantra “Nam myoho renghe kyo” .

Il Daimoku compare per la prima volta al mondo nel film “L’ultima corvée” (con Jack Nicholson, regia Hal Hashby, 1973), ma se esistono precedenti, sono ben accette correzioni. Nella mirabile pellicola si invita il detenuto che sperava nella liberazione a rassegnarsi alla sua sorte e non smettere di recitare l’invocazione. Dal che emerge che il seguace di tale filosofia o scuola di pensiero mistica dovrebbe abbandonare l’impostazione occidentale, fondata sulla preghiera come richiesta di miglioramento nella vita terrena.

Molti di noi sono passati da questa pratica verificando che, allorché ci si approccia a nuovi culti, così lontani culturalmente e antropologicamente da noi, si naviga sempre un po’ a vista. Già la differenza di semiologia è legata a un’impostazione lessicale e concettuale tutta diversa, che arriva in occidente tradotta dall’inglese e poi da questo in ciascuna lingua, col rischio di perdere per strada troppi pezzi di ragionamento; e di accedere a una fede acritica e altrettanto dogmatica di quella abbandonata, con lo zelo del neofita.

Non ci addentriamo in questioni dottrinali, che saranno ben conosciute o, in caso contrario, ciascuno potrà approfondire, nella loro essenza fideistica e nel modo in cui si sono diffuse.

Di fatto, se si è bazzicato l’ambiente, magari sulla spinta della solita crisi esistenziale, e l’adesione non è durata nel tempo, i motivi possono essere molti. Molti se ne allontanano con l’idea che buddista si è in potenza, e l’atto non è strettamente necessario. I riti, peraltro sospesi e modificati in tempi pandemici, sono mutuati dalle abitudini occidentali; a nostra impressione, possono riguardare solo il singolo, come entità a se stante e portatore del germoglio anche senza condivisioni e sedute (dette Zadankai) a cui spesso la gente non partecipa, peraltro: perché il buddista è prima di tutto libero, in teoria.

Talora abbracciare una nuova dottrina e aderire a una inedita scuola di vita è realmente rischioso personalmente e socialmente, soprattutto in una società ancora conformista come quella italiana; anche se ci rendiamo conto che l’animo è assetato di nutrimento e la vita lotta per continuare.

Tale è forse l’essenza del buddismo, il senso di una lotta perenne che mantenga la gioia di vivere e di condividere, senza settarismi o pericolose derive da inginocchiatoio.

Carmen Gueye