Voto o non voto. E poi?

Il topolino e la ruota è un’immagine che vale per tutti. Nessuno si libera con facilità dei riflessi condizionati e tutti si smarriscono nella coazione a ripetere di primo grado (gli elettori “militanti” cui preme solo mettere o non mettere una scheda) e di secondo grado (quelli che pensano che senza produrre un eletto… e insistono senza imparare mai la lezione).

Il topolino e la ruota non è uno status che riguarda solo le nicchie in cui parlano di politica ma anche la gente tutta: chi vota e anche chi guida i partiti che non ha ancora capito come cambiare velocità, direzione e sistema per mettersi al passo con i tempi.

Così queste elezioni politiche si presentano come le più inutili e ridicole della triste storia parlamentare italiana, ma potrebbe andare ben altrimenti grazie al convitato di pietra, ovvero a chi – dai poteri forti – deve determinare il nostro futuro. Perché, non ci s’inganni, l’apporto dell’elettore è insufficiente già per la matematica e comunque nessuna maggioranza può governare se non ha un apparato a disposizione e se non è garantito dal potere vero, che il voto casomai celebra ma non determina né modifica. Queste ultime sono azioni che appartengono al reale, non al cerimoniale scenico della democrazia.

Dell’utilità del voto
Il voto non è inutile per l’esito elettorale, in quanto il broglio sistematico e capillarmente distribuito  si aggira attorno al 20% . Con il broglio si decidono quindi molte cose, dalla formazione della maggioranza se, per esempio, si tratta di colmare un gap di 3 o 4 punti (nel 2006 fu così scippato il governo a Belusconi) al passaggio o meno della soglia di eleggibilità. Il partitello di Alfano, allora Ministro dell’Interno, superò il 4% alle europee per ritrovarsi qualche mese dopo, con Alfano passato agli Esteri, abbondantemente al di sotto dell’1%.

Aggiungiamoci la conoscenza empirica: alle sole elezioni di cui mi sono interessato in prima persona, le Regionali del 2005 di Lombardia (Guaglianone) e Lazio (Gerri) comparando i risultati documentati delle sezioni dove avevamo rappresentanti di lista con i risultati delle stesse ufficializzati l’indomani dal sito del Ministero c’erano minime discrepanze per più o meno tutti i candidati e tutte le liste. Difficilmente percettibili sul locale, sommate sulla Penisola queste differenze cambiano totalmente gli esiti. Questo per dire che se si è deciso che la Meloni sia premier o che non lo sia, il suo partito sarà avvantaggiato o svantaggiato dalle modifiche che sono sistemiche.

Perché Paragone passi lo sbarramento del 3% è necessario che sia già stato deciso in alto loco (e l’endorsement di Monti potrebbe farlo supporre), in tal caso gli sarà sufficiente all’incirca un 2,2% reale. Se è stato deciso il contrario, per farsi accreditare con certezza più del 3% dovrà aggirarsi ad un bottino reale intorno al 5. Cosa si è deciso a monte per entrambi lo scopriremo presto.

Il voto non è inutile per questo tipo di risultati (non stiamo parlando della politica ma del business), ma è una componente indispensabile e non sufficiente del gioco.

Decisionismo e provincialismo
L’evoluzione tecnologica e la mutazione degli scenari globali (volgarmente si parla di Gran Reset) hanno dimostrato che la maschera parlamentarista della democrazia è inadatta e che non si può governare se non con decisionismo svincolato da orpelli. La gestione Covid ha messo definitivamente a nudo quanto sia insulso il ruolo dei deputati.

Tra l’altro la gestione immediatamente precedente del carrozzone gialloverde da parte del Quirinale aveva comprovato quanto sia diventata inutile una maggioranza elettorale se non si ha un potere reale su cui appoggiarsi e se non si può contare su sostegni in alto. Ovvero ha inchiodato l’italietta nella sua insipida e patetica mentalità provinciale e ha comprovato come la “Costituzione più bella del mondo” la tenga inchiodata al palo dell’inconsistenza, cioè quanto imbecille e suicida sia stata la campagna contro il referendum di Renzi.

Italia promossa di livello?
Questa campagna elettorale insulsa in cui si è sproloquiato di bollette, fascismo, Nato e altre amenità, in principio non comporterà chissà quali cambiamenti perché non si vede proprio chi, ammesso che lo voglia, potrà fare qualcosa che non sia indirizzata da poteri forti e amministrazioni.

Tuttavia non è così impossibile che ci sia una volontà – ovviamente non nostra che non ne abbiamo proprio nessuna – di ricondurci tra i players. Una volontà che potrebbe essere condivisa per motivi diversi se non opposti da Parigi e Washington. Se è così dovremo cambiare in fretta la Costituzione e passare al presidenzialismo o al semipresidenzialismo in tempi brevi.
Questo potrebbe spiegare la sovraesposizione mediatica ormai mondiale della Meloni, che ne è la prima sostenitrice e che potrebbe essere chiamata a condurre istituzionalmente quella battaglia salvo poi, probabilmente, essere costretta a cedere il posto a qualcuno già designato.
Chi vivrà vedrà. Sia chi voterà che chi non voterà vedrà; l’importante è che gli uni e gli altri non si prendano sul serio per questa “scelta” perché già non contiamo molto in assoluto ma in questo contesto qualunque cosa si faccia non ha chissà quale rilevanza.