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Ruud Gullit e Arrigo Sacchi, quella magica alchimia che ha reso grande il Diavolo

Insieme hanno portato il Milan sul tetto del mondo conquistando anche due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nella seconda serata del Festival dello Sport il fuoriclasse olandese Ruud Gullit e Arrigo Sacchi, il tecnico di quel Milan unico, si sono ritrovati a Trento. Ad intervistare due simboli di quel Milan, che ha segnato la storia del calcio nella seconda metà degli anni ’80, già diventato leggenda per i tifosi rossoneri ma anche per gli appassionati del bel calcio, il giornalista della rosea G.B. Olivero.

Ad ascoltare il profeta di Fusignano, come è stato battezzato Arrigo Sacchi e Ruud Gullit, il Tulipano nero per i milanisti, un Teatro Sociale praticamente sold out con una platea pronta ad emozionarsi davanti agli aneddoti dei due protagonisti. A Gullit, giocatore classe 1962 ed ora allenatore, il compito di ricordare i primi incontri con mister Sacchi nel 1987: “Per me venire a giocare in Italia era davvero il massimo. L’inizio non fu facile specialmente perché non parlavo la vostra lingua e ci ho messo un po’da impararla”. Poi c’erano gli allenamenti durissimi di Sacchi: “Mi faceva correre come un matto – ha confessato Gullit – ed ero davvero sfinito dopo gli allenamenti perché non ero proprio abituato a quei ritmi”.

Da parte di Sacchi parole di stima e ammirazione per uno dei pilastri dei suo Milan: “Ruud eveva già ottime qualità tecniche che aveva imparato a sviluppare in Olanda e insieme agli altri giocatori ha contribuito a costruire una squadra che aveva un gioco, che era organizzata e che ha raggiunto grandi obiettivi grazie ad un duro lavoro”. La partita della svolta per quel Milan è stata quella dell’ 8 novembre 1988 in Coppa Campioni in casa dello Stella Rossa con gli avversari in vantaggio fino alla sospensione del match a causa della nebbia con i rossoneri in quel momento eliminati.

La partita, diventata epica per la storia del club milanese, fu rigiocata il 10 e il Milan passò ai calci di rigore in una situazione di tensione a causa del grave infortunio capitato a Donadoni: “Furono gli assordanti ischi del pubblico – ha raccontato Gullit – alla notizia che Roberto  stava meglio in ospedale a darci la carica giusta in quella partita”. Nervi a fior di pelle a Belgrado anche per Sacchi a causa di un gol clamorosamente annullato: “Non l’ho mai raccontato ma in quell’occasione è stata la prima e ultima volta che ho messo le mani addosso all’arbitro”. Da quel momento Il Milan scoprì di essere grande sconfiggendo prima il Real Madrid e poi lo Steaua con un secco 4- 0  in finale al Camp Neu di Barcellona: “Il nostro motto era vincere, convincere e divertire e quel Milan ha raggiunto il suo obiettivo” ha sottolineato l’allenatore di Fusignano che ha concluso con una certa amarezza: ”Il Milan di quegli anni è stato copiato in tutto il mondo ma non in Italia perché da noi ancora oggi si pensa solta tanto a non prenderle, questa attitudine è nel nostro dna calcistico salvo davvero rare eccezioni”.

(fds)

Secolo Trentino