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Natale, festa del sole, della luce e del fuoco

Da sempre i contadini in ogni parte d’Europa hanno acceso falò in certi giorni dell’anno, per fare festa e ballarvi intorno. L’origine di questa usanza si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del cristianesimo e, anzi, le prove della loro esistenza nell’Europa settentrionale vengono proprio dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di abolirli in quanto riti pagani. Le stagioni dei falò sono comunemente la primavera o l’autunno, ma imponenti fuochi si accendevano – e si accendono – anche alla fine dell’autunno o durante l’inverno, specialmente alla vigilia d’Ognissanti, il giorno di Natale e la vigilia dell’Epifania.

Per i Cristiani il Natale è la festa della natività, la nascita di Gesù, ma il termine è di uso piuttosto recente è dà il nome alle feste del solstizio d’inverno, quando il periodo di luce diurna ricomincia a crescere. Da almeno un secolo il Natale è anche una festa secolare familiare, celebrata da tutti, credenti o non credenti. Appare ancora cristiana ma è diventata soprattutto la festa dello scambio di regali, patrocinata da figure mitiche come quelle di Babbo Natale e Santa Claus, grassi omoni vestiti di rosso che abitano al Polo Nord e navigano in cielo con una slitta trainata da renne, carica di doni da mettere sotto l’albero.

Le prime comunità cristiane distinguevano la data di nascita di Gesù da quella del solstizio d’inverno, che cade intorno al 21 dicembre e che coincide con il giorno più corto dell’anno. In origine le discussioni in merito furono molte, nella considerazione che la nascita al mondo dei martiri – e Gesù era senza dubbio un martire – era meno importante della nascita alla vita eterna, il giorno della morte per martirio. Anzi, i padri della Chiesa per almeno un paio di secoli dopo la nascita del Cristianesimo sarcasticamente sbeffeggiarono l’usanza dei pagani di celebrare il giorno della nascita.

L’origine precisa di considerare il 25 dicembre come il giorno della nascita del Cristo non è del tutto chiara, e in assenza di riferimenti precisi nel Nuovo Testamento valgono alcune ipotesi. Si deve allo scrittore romano Sesto Giulio Africano, considerato il fondatore della cronografia cristiana, l’identificazione, fatta nel 221 d.C., del 25 dicembre come data di nascita del Cristo, poi universalmente accettata. Ma perché proprio questo giorno? La data era la festa del Dio Sole Invitto, una festività popolare dell’Impero Romano che celebrava il solstizio d’inverno, il simbolo della rinascita del sole, l’allentamento del freddo invernale e l’annuncio della primavera. Senza dubbio, la lingua inglese rende meglio la somiglianza tra la rinascita del Sole (Sun) e la nascita del figlio (Son), ma anche per noi il senso è il solito.
Se l’appropriazione della data pagana da parte della Chiesa appare troppo disinvolta, e quindi da rifiutare come ingenua per una comunità che teneva a distinguersi nettamente da ogni manifestazione pagana, soccorre una seconda ipotesi. L’equinozio di primavera era considerato la data di creazione del mondo e la luce creata da Dio esattamente il quarto giorno, che è anche il giorno del concepimento di Gesù, il 25 marzo del calendario solare. Esattamente nove mesi dopo, il 25 dicembre, cade la data della nascita del Cristo. A lungo questo giorno ha coinciso anche con la data del suo battesimo, celebrata il 6 gennaio, giorno dell’epifania.

Nei costumi contemporanei rimane poco sia della teologia che della liturgia originali di celebrazione del Natale. Tutte le usanze odierne sono di più o meno recente tradizione. Per esempio, l’origine di mettere branche o interi alberi natalizi nelle case è incerta, ma non data prima dell’epoca rinascimentale. I primi abeti con mele appese ai rami sono apparsi nei primi anni del ’600 a Strasburgo, e l’uso di decorarli con candele accese è nata nel 1611 in Slesia, oggi una regione della Polonia. Invenzioni recenti sono anche la ghirlanda con 24 candeline e il calendario dell’Avvento, con le 24 finestrelle da aprire ogni giorno a partire del 1° dicembre. L’usanza di scambiarsi doni data dalla fine del XVIII secolo e richiama teologicamente il dono di Gesù che Dio ha fatto al mondo come pure l’arrivo dei Re Magi che recano doni a Betlemme. È probabile che lo scambio dei doni sia usanza ancora meno recente ma conferma che il Natale è la celebrazione delle feste familiari. In alcuni paesi europei lo scambio di doni molto semplici avveniva il giorno 6 dicembre, dedicato a San Nicola, diventato – come tutti sanno – Santa Claus col costume rosso e le barba bianca nel Nord America.

Il Natale è tanto importante che deve durare il più possibile, tanto che il 26 è una specie di secondo Natale che si ripete e dura nel tempo. Così un bel tronco di albero, un ciocco di quercia, veniva messo nel focolare la notte del 25 per bruciare almeno fino al giorno dopo e al 6 gennaio s era bello grosso. “Fare ceppo” è la festa del fuoco dentro casa, che richiama la festa del Sole, che invoglia l’astro a uscire in cielo, per scaldare la terra e dare più raccolti. I tizzoni sono sacri come le ceneri che sono sparse nei campi per favorire i raccolti. Nel focolare più sono le scintille che volano in aria più abbondanti saranno i raccolti di primavera e d’estate. Nella credenza antica il fuoco era propiziatorio ma serviva soprattutto a purificare il mondo da infestazioni e malattie. Le luminarie urbane che oggi i commercianti mettono per le strade non sono solo marketing, ma cascami tristi di feste pagane che celebravano solennemente gli alberi, il fuoco, la luce e il sole. Ma l’ipocrisia contemporanea ci nasconde un’altra cosa, forse ancora più triste. Alimentando le lucine con l’elettricità prodotta col petrolio, il carbone o l’uranio di altri paesi, si risparmiano gli alberi dei nostri boschi. Ma chi ci fa caso, o si ferma un momento a pensarci su?

Il Natale dei Cristiani ha le sue radici ancestrali nei riti del fuoco, nella celebrazione della luce e del sole che vince le tenebre traversando il cielo, del calore benefico che viene dalla legna degli alberi che ridà vita al mondo dopo l’inverno. Le manifestazioni consumistiche attuali delle feste tra Natale e Capodanno appaiono proprio il richiamo nostalgico a una purezza pagana che cerca benessere e disponibilità di beni per la comunità. Sarà per la natura ancestrale delle feste della luce e del fuoco che gli appelli contro l’eccesso dei consumi appaiono più inutili che ipocriti. Che resta da dire? Buone feste a tutti.

Gian Luigi Corinto, collaboratore Aduc

Secolo Trentino