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L'opinione

L’opinione: quando l’incompetenza ha valore; un viaggio nel cuore della “kakistocrazia”

Molti enti, società para statali e organizzazioni sono permanentemente gestite da persone «nominate» politicamente ma incompetenti. Questo fenomeno, chiamato kakistocrazia, è allo stesso tempo intrigante e inquietante.

Siete mai stati sorpresi nel vedere arrivare in posizioni «dirigenziali» di enti, di società più statali che parastatali e organizzazioni individui che non sembrano avere le competenze necessarie? Ecco, queste persone che vengono nominate dal mondo della politica entrano a far parte di un regime (kratos, “il potere”) in cui le posizioni di potere sono occupate dai più incompetenti (kakistos, “il peggiore”) ed è così che noi tutti diveniamo vittime di una kakistocrazia

La parola “kakistocrazia” sembra essere stata usata per la prima volta in Inghilterra nel 1644, nel sermone di un sostenitore del re Carlo I durante la Guerra Civile. Rimase dimenticato per quasi quattro secoli, prima di riemergere il 13 aprile 2018, in un tweet del direttore della CIA John O. Brennan contro il presidente americano Donald Trump. In questo tweet, Brennan ha scritto: “La vostra kakistocrazia sta crollando dopo il suo triste viaggio”.

Il mondo politico è un terreno favorevole per questo tipo di potere. I dittatori, che si insediano con la forza e il terrore, ne sono un esempio. Ma la kakistocrazia si può riscontrare anche nei regimi democratici. È in Italia, a cominciare dagli enti che fanno capo alle amministrazioni comunali per poi finire a quella che fanno capo ai ministeri anche dell’attuale governo, ne abbiamo ampi anzi ampissimi esempi reali.

L’incompetenza è il suo cuore battente.

La kakistocrazia si basa sull’incompetenza, che si riferisce alla “mancanza delle conoscenze o delle capacità necessarie per fare qualcosa”. Si distingue dalla mediocrazia, che è un regime in cui “il livello medio viene elevato al rango di autorità”, e dalla cleptocrazia in cui i leader sono corrotti (“La Mediocracy”, di Alain Deneault, Éditions Lux, 2015). Come la competenza, l’incompetenza può essere valutata solo in situazione.

Le persone incompetenti danneggiano le prestazioni delle società aziendali. Creano un clima di disordine e confusione sociale. La kakistocrazia quindi non è favorevole allo sviluppo sociale ma è un danno. E attenzione! Attenzione perché il tema della kakistocrazia rimane più attuale che mai, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e della tecnologia digitale, che mette in discussione la nozione di incompetenza. Oggi, infatti, è possibile accedere a informazioni e strumenti che permettono di svolgere compiti prima considerati complessi. Ma questa possibilità e situazione può portare a un’illusione di competenza poiché avrà la «conoscenza letta», ma quanto è solida e profonda? L’illusione della conoscenza e l’illusione della competenza sono pregiudizi cognitivi che possono contribuire alla formazione di kakistocrazie. È sorprendente notare che il tema dell’incompetenza, sebbene diffuso, sia assente dalla ricerca accademica. Ci sono appena dieci articoli su questo argomento, tutti incentrati sul costo dell’incompetenza. Questi articoli concordano su un punto: l’incompetenza genera disfunzioni costose per la società e impossibili da regolare.

I danni della kakistocrazia

L’incompetenza di un manager di un ente o di una società statale o parastatale si traduce in compiti che vengono eseguiti male o non completati. Infatti, quando il superiore gerarchico non adempie al suo ruolo, i suoi subordinati devono trovare soluzioni non sempre autorizzate e non possono sostituirsi a lui nelle decisioni finali. Cosi che, in una kakistocrazia, il sentimento di ingiustizia spesso assale i subordinati al manager nominato. È infatti frustrante vedere che persone incompetenti accedono alle posizioni più alte, mentre altre, più qualificate, devono accontentarsi di posizioni meno prestigiose.

Le kakistocrazie, sebbene non siano le uniche, sono delle vere e proprie ‘’organizzazioni’’ che si autotutelano con leggi e regolamenti creati ad hoc, se non ad personam, particolarmente favorevoli alla perdita di significato dell’organizzazione sociale. Qualunque siano i fattori all’origine di questa perdita di significato, le sue conseguenze sui cittadini sono sempre le stesse: sensazione di incomprensione, frustrazione, di resa che si traduce in assenteismo, disimpegno sociale. Vivere in un ambiente sociale caratterizzato da incompetenza può avere un impatto negativo sulla fiducia. Come possiamo, infatti, credere in persone che consideriamo incompetenti? Questo è difficile, se non impossibile, a meno che non si finga e , quindi, si diventi complice di un comportamento che si disapprova. Questa situazione è tanto più inquietante perché mette in discussione i valori e i principi su cui gli individui basano la propria fiducia.

Le sorgenti della kakistocrazia

La spiegazione più comune per la prosperità dell’incompetenza è il principio quello che viene chiamato «di Pietro» secondo cui i ‘’signorsi’ ‘’ della politica vengono promossi fino a raggiungere una posizione che non sono in grado di assumere e portarla avanti.

Un altro fattore che può spiegare il comportamento kakistocratico è la “trappola della competenza”. Questo principio, noto anche come “principio Dilbert”, che il comico americano Scott Adams descrive come una situazione in cui premiandole “le persone più incompetenti vengono sistematicamente assegnate a posizioni in cui rischiano di causare il minor danno: quelle di manager”.

Ma un altro motivo perché vengono scelti gli incompetenti rispetto ai competenti è molto semplicemente la «paura della competenza». In effetti, un politico – e mi permetto di segnalare la «politica» con la «p» minuscola, può temere che dirigenti competenti possano competere con lui o superarlo.

Infine, un’altra spiegazione dell’incompetenza ai massimi livelli delle aziende e delle istituzioni è lo sviluppo della «consultocrazia», vale a dire la delega di compiti complessi o strategici alle società di consulenza individuate dalla politica, con maggiori costi e risultati precari.

È anche importante, in questa fase della riflessione, introdurre l’idea che è proprio lo, Stato che può “fabbricare” incompetenza, quando ad esempio non offre alcuna formazione. La kakistocrazia può essere istituita per impostazione predefinita (mediante una successione di piccole decisioni, per mancanza di coraggio, conoscenza o riflessione), ma può anche essere un sistema organizzato e intenzionale, come molto spesso accade.

La kakistocrazia come «sistemi organizzati»

La prima tecnica di una «kakistocrazia organizzata» è la creazione del “debito”. Attenzione, non ‘’debito economico’’ ma ‘’debito morale’’. Infatti, quando un buon manager viene assunto o promosso per i suoi meriti, non sente alcun debito nei confronti del suo datore di lavoro. Ritiene che il suo successo sia dovuto alle sue capacità. D’altra parte, quando un dipendente meno competente viene ‘’nominato’’ dal mondo della politica, si sente in debito con il suo «nominante». Gli deve la sua posizione, e sarà quindi più propenso a essergli fedele, anche se il suo lavoro sarà mediocre.

La seconda molla profonda della kakistocrazia è la negazione della persona a vantaggio del sistema. Le persone più incompetenti vengono nominate alle posizioni più importanti. Questa nomina si basa sul sistema e non sui meriti dei singoli individui. I collaboratori vengono allora ridotti a pedine, senza alcuna importanza come persone.

Il terzo tipo di kakistocrazia è la configurazione del «clan». L’obiettivo di un clan è preservare e perpetuare i propri interessi e la propria portata, e non essere efficiente o competente. Il reclutamento avviene esclusivamente sulla base della lealtà al clan. Vi dice niente questo? Risponderei semplicemente con “si trova in quel posto mica perché è capace, ma perché è stato nominato dal suo partito”.

Come rovesciare una kakistocrazia

Un buon modo per rimuovere la kakistocrazia è affrontare la causa principale: l’incompetenza. Come? Formando, per rendere le persone competenti! Ma questo vorrebbe dire ‘’togliere il potere’’ ai kakitocratici.

Un’altra tecnica: nome e vergogna. Questa pratica, che consiste nel denunciare pubblicamente individui o organizzazioni, è diventata sempre più comune grazie ai social network, che consentono di diffondere le informazioni in modo rapido e capillare. Il nome e la vergogna possono essere efficaci nell’evidenziare comportamenti inaccettabili e fare pressione sui funzionari kakistocratici.

Un’ultima leva, spesso trascurata nella lotta contro la kakistocrazia, è l’accettazione dell’incompetenza. Questa accettazione non significa lasciare il comando all’incompetente. Ciò significa che devono essere considerati come potenziali agenti di cambiamento. In effetti, le persone incompetenti sono spesso più propense a mettere in discussione lo «ordine costituito». Sono anche più propensi a cercare nuove soluzioni perché non hanno gli stessi pregiudizi delle persone informate. Pertanto, accettare l’incompetenza può essere un modo per creare un ambiente favorevole al cambiamento e all’innovazione.

Ma accettare l’incompetenza è una leva complessa e delicata. È importante mettere in atto meccanismi per impedire che persone incompetenti prendano il controllo. Tuttavia, è anche importante riconoscere che le persone incompetenti possono essere attori positivi del cambiamento.

Fare dell’incompetenza un valore creatore

Una proposta semplice e fattibile è abbandonare l’idea che competenza e incompetenza siano due poli opposti e che l’aumento della competenza porti a una diminuzione proporzionale dell’incompetenza. Non si tratta di passare dall’incompetenza alla competenza, ma di valutare l’incompetenza al suo giusto valore. Per fare questo è necessario invertire il significato di incompetenza.

Infatti, l’incompetenza è spesso associata all’inazione, al potere sugli altri e al rimanere nell’ignoranza. Queste caratteristiche sono quelle delle kakistocrazie, vale a dire dei governi composti da incompetenti.

Al contrario, l’incompetenza può anche essere fonte di creatività, innovazione e apertura verso gli altri. Infatti, le persone incompetenti hanno maggiori probabilità di mettere in discussione norme e abitudini e di proporre nuove soluzioni. Possiamo considerare che le competenze di uno possono essere le incompetenze dell’altro, e viceversa. Ciò richiede umiltà e una certa forma di coraggio. Quel coraggio che hanno gli uomini e donne che restano in piedi innanzi alle rovine di una società portata alla sua decadenza. L’incompetenza dell’incompetente può essere fonte di creatività e innovazione. Infatti, grazie all’incompetente, possiamo portare una nuova prospettiva e idee dirompenti per risolvere un problema sociale. L’incompetenza dell’incompetente consente di pensare fuori dagli schemi e vedere le cose da una prospettiva diversa.

Lottare contro l’incompetenza sfruttando la capacità creativa del competente richiede di riconoscerla e di farsene carico. Questo non è facile in una kakistocrazia. Si tratta di non guardare più il mondo con gli stessi occhi, ma di adottare un altro punto di vista e porre fine alle kakistocrazie.

Marco Affatigato

Riguardo l'autore

Marco Affatigato

nato il 14 luglio 1956, è uno scrittore e filosofo laureato in Filosofia - Scienze Umane e Esoteriche presso l'Università Marsilio Ficino. È membro di Reporter Sans Frontières, un'organizzazione internazionale che difende la libertà di stampa.

Nel 1980 la rivista «l’Uomo Qualunque» ha pubblicato suoi interventi come articolista. Negli ultimi anni, ha collaborato regolarmente con la rivista online «Storia Verità» (www.storiaverita.org) dal 2020 al 2023.