Elvis Aaron Presley nacque a Tupelo, nel Tennessee, nel sud degli Stati Uniti, l’8 gennaio 1935. Aveva un gemello, che non sopravvisse. Era biondo, anche se il mondo lo conobbe bruno.

La famiglia era modesta e molto religiosa; soprattutto la mamma, Gladys, gli inculcò una forte fede. Era un bravo bambino e non diede mai problemi.
Il ragazzo crebbe a contatto con gli afroamericani e prese gusto ai generi in voga nell’ambiente. Dopo un’esperienza come camionista, si diede al canto.
La musica americana si andava affermando, in quegli anni, ma non aveva ancora invaso il mondo e infarinato tutti i generi presenti sul pianeta.
Erano in voga, laggiù, alcuni filoni musicali. Si spaziava dal gospel al rythm&blues, in auge nel sud; dal genere sentimentale (i “crooner” alla Frank Sinatra), al jazz. Nella grande provincia o nella “Bible Belt” imperversavano le ballate, di derivazione country. C’era molto d’altro, ovviamente, il tutto stimolato da una vivace attività imprenditoriale in campo discografico. In generale, si trattava di produzioni note ed apprezzate fuori dall’America, ma pur sempre da élite.
In Europa, ognuno si teneva la musica di sua competenza; molto in voga, specie nei locali notturni, erano i ritmi latino americani, rumba, mambo, cha cha cha e altri esotismi resi celebri da personaggi come Xavier Cugat e Carmen Miranda.
Nel dopoguerra le cose cambiarono e si iniziò a parlare di artisti nuovi e, naturalmente, un po’ maledetti. Il capostipite più famoso fu Hank Williams, scomparso a 29 anni dopo una vita di eccessi.
Nel tempo si contarono altre morti premature. L’opinione pubblica rimase molto colpita dalla scomparsa, nel 1959, del rocker ventiduenne Buddy Holly, in un incidente aereo, insieme ad altri due cantanti, Ritchie Valens ( famoso per “La bamba”) e Big Bopper.
Il rock, per definizione, doveva sconvolgere anche le convenzioni sociali. Più in là sorsero etichette musicali (“labels”) per cui incidevano solo afroamericani, in prima fila la Tamla Motown e la Atlantic; fu un terremoto artistico/sociale, comprese le accuse di un giro di mazzette per diffondere le nuove tendenze (famoso il processo al celebre DJ Alan Freed, sotto accusa per la “payola”, mazzetta distribuita ai network).
Presley spuntò di botto, nella prima metà degli anni ‘50: alto, belloccio, sfrontato, con quella mossa del bacino in un paese da sempre definito puritano. Veniva assistito e sorvegliato dal sedicente manager, un figuro ambiguo, Andreas Cornelis “Dries” van Kuijk (1909/1997) chiamato “colonnello” Parker, senza nulla di militare: era un olandese con precedenti penali in patria.

Elvis e “Parker”
Elvis Aaron, poi accorciato in Elvis, gli affidò la propria vita artistica e non solo. Parker assecondò la modifica del colore dei capelli, per seguire la tenebrosa moda del momento, inaugurata da film come “Fronte del Porto”, ma anche per seguire l’esempio di mamma Gladys. Inoltre “il colonnello”, che percepiva laute percentuali sui guadagni per finanziarsi il vizio del gioco, sfruttò il servizio il militare del suo pupillo in Germania, ritenendo che un comportamento patriottico lo avrebbe fatto amare dai connazionali; pare che lo orientasse anche in materia di donne. Mamma Gladys non mancava di fare raccomandazioni, temendo che l’ambiente traviasse il sano ragazzo del sud, ma aveva lei stessa gravi problemi come l’obesità e l’abuso di farmaci.
Gli inizi furono incerti, soprattutto per l’accusa di volgarità rivolta a quello stile musicale. Tuttavia Elvis ingranò e nessuno fu più in grado di fermarlo per una dozzina d’anni. Lavorava come un pazzo, perché il colonnello lo aveva anche convinto a diventare attore, in quei film musicali a volte azzeccati, a volte deprimenti che, almeno nei primi anni, spopolavano. Elvis avrebbe potuto far di meglio, in campo cinematografico, ma il “colonnello” sembrava evitare accuratamente le produzioni maggiori e così si perse l’occasione di vedere Presley, per esempio, in “West Side Story”.
Le donne non mancavano. Gli piacevano minute e non volgari. La sua fidanzata più famosa fu Natalie Wood, diva in erba già chiacchierata. Elvis, tradizionalista, si fissò su una quattordicenne, Priscilla, che portò vergine al matrimonio otto anni dopo: aveva deciso, di comune accordo con il vigile “colonnello”, che sarebbero andati fino in fondo solo dopo il sì. Quando non era con lei, il cantante si concedeva sfrenatezze contornate dall’assunzione di intrugli vari; poi tornava ad essere, per tutti, il giovanotto della porta accanto.
L’establishment musicale non lo prese bene, all’inizio. Frank Sinatra lo disprezzava, ritenendolo un rozzo sudicione, ma in seguito lo volle vicino in uno show, quando capì che così avrebbe rispolverato la propria immagine in declino: d’altronde, il buon Frank ne aveva per tutti.
Nacque Lisa Marie, nel 1968, che rese il padre un uomo felice.

La bambina fu mostruosamente viziata, ma patì i problemi familiari e il divorzio dei genitori. Lisa Marie, cantante a tempo perso, ha avuto, da due matrimoni, quattro figli, uno dei quali, Benjamin, si tolse la vita nel 2020; la mamma lo ha seguito nel 2023. Si ricordano altre due brevi nozze, con l’attore Nicholas Cage e con Michael Jackson. Queste ultime apparvero una pagliacciata esorbitante perfino per i criteri hollywoodiani: Elvis forse non sarebbe stato troppo d’accordo.
Il cantante soffriva di un’ irritazione oculare causata dalla luce dei riflettori e, a un certo punto, dovette portare gli occhiali anche in scena, per proteggersi. Ma, quando venne ricoverato in ospedale, nessuno credette alla speaker del telegiornale, che affermava trattarsi di effetti collaterali delle medicine per gli occhi. Il birbone aveva perfino accettato di collaborare con il governo di Nixon come testimonial contro l’ uso di droghe: serviva a distrarre dal disastro della guerra in Vietnam. Senza potersi definire schierato per un partito, egli mostrava vedute alquanto reazionarie e criticò John Lennon, che si permetteva di contestare la politica USA.

Nel 1973 la vita di Elvis era cambiata significativamente. L’adorata madre, che gli aveva regalato da bambino la sua prima chitarra, era morta nel 1958; il padre, Vernon, aveva una nuova famiglia.
Lui, dicono ancora innamorato di Priscilla (“You’re always on my mind”), si immerse in una girandola di storie: per un periodo ebbe due donne ufficiali, matrigne per Lisa Marie, fino a che si “stabilizzò “ con la giovane Ginger Alden.
La mitologia su di lui ci racconta che non padroneggiava più la sua vita; probabilmente si ritrovò, come succede spesso, tirato per la giacca da manager, procuratori, avvocati, amici, partner, parenti.
Elvis aveva un clan di fedelissimi, chiamato “la mafia di Memphis”.
Costoro bivaccavano di continuo nella favolosa residenza di “Graceland”, gestendo i suoi affari: smistavano le donne, gli passavano le sostanze e filtravano le visite. L’unica condizione per non essere cacciati in malo modo era di non prendersi confidenze con le ragazze del “capo”.
Fu parte in causa anche papà Presley che, per motivi non chiari, indusse Elvis a pagare più tasse del dovuto, un’enormità evitabile con l’aiuto di un buon commercialista. Forse i genitori non sono sempre i soggetti più indicati a gestire le questioni dei figli.
Il divo in caduta libera aveva finito per circoscrivere la sua attività a Las Vegas. “The king” , sempre meritevole di ascolto, purtroppo era alla frutta. Grasso e pesante, come mostravano impietosamente i completi attillati che doveva indossare (ma agli adoratori piace anche così, come un anziano torero), a nemmeno quarant’anni era un rottame.

A parte i concerti, il divo non usciva più di casa. La mafia di Memphis spettegolava e mise in giro alcune voci: per esempio, che il boss avesse una quarantina di televisori e li tenesse accesi in contemporanea per non sentirsi solo; che vivesse confinato nel letto e riuscisse a sollevarsi solo grazie a un meccanismo elettrico, azionato pigiando un bottone. I suoi fans accaniti non volevano si associasse il suo nome alle droghe, concedendo solo il consumo di “pillole”.
Il 16 agosto 1977 Presley fu trovato morto, ai piedi di una scala interna della villa, forse. Pare che le sue ultime parole siano state “vado a leggere in bagno”. Secondo altri, spirò proprio mentre stava espletando…
Per molti, egli era la sintesi perfetta di tutte le voci americane, la voce americana, per eccellenza. Ecco perché Sinatra lo odiava.
Carmen Gueye

