Bosè: un nome, una dinasty matrilineare, anche se tutto è iniziato col più classico degli schemi.
C’è una ragazza bellissima, nata a Milano nel 1931, origini locali, famiglia modesta di cui si sa poco. La ritroviamo, nella vulgata, commessa alla pasticceria Galli, intenta a disporre i marron glacé nel vassoio di cartone; entrano in negozio Luchino Visconti e Giorgio De Lullo ( partner di Romolo Valli) e la spingono in alto, verso miss Italia, fascia conquistata nel 1947, travolgendo concorrenti come Gina Lollobrigida e Silvana Mangano. “Eravamo belle e tutte diverse tra noi, non come oggi”, affermò lei in una delle ultime interviste.

L’elezione a Miss, con la ruspante peluria sotto le ascelle dei tempi
Di lì a poco si aprono le porte del cinema. Rifiutata la parte in “Riso amaro” per l’opposizione dei genitori, la fanciulla, filiforme, spigolosa, bruni occhi e capelli (acconciati con inedito caschetto), sembra destinata al galoppo verso una carriera più sobria ma luminosa, che infatti si affaccia con alcuni clamorosi successi. Si attacca con “Non c’è pace tra gli ulivi”, (1950, regia di Giuseppe de Santis), melodrammone sentimental/ sociale ambientato in una tribale Ciociaria: Lucia è improbabile con le “ciocie”, ma divina a fianco dell’altrettanto splendido Raf Vallone. Seguono, tra gli altri, due film di Michelangelo Antonioni: “Cronaca di un amore” con Massimo Girotti ( seducenti le malinconiche location meneghine) e “La signora senza Camelie”, nel solco dei tormenti sentimentali di una ragazza infelicemente sposata e che nulla otterrà dalle divagazioni extraconiugali. L’attrice sfila con abiti stratosferici e recita con lo sguardo, poco mobile e spesso doppiata, ma che importa: i ruoli non le mancano e viene supportata da registi, sceneggiature, coprotagonisti effervescenti come Gino cervi e Andrea Checchi, insomma c’è un lavoro su di lei, un importante investimento di Cinecittà ( di nuovo poco credibile borgatara in “Le ragazze di piazza di Spagna”, regia di Luciano Emmer, 1953): un buon prodotto da esportazione. Infatti Luis Buñuel la sceglie per “Gli amanti di domani”, del 1956.
Le cronache rosa supportano la nuova star, che è fidanzata con Walter Chiari. Come si legge nel nostro articolo su di lui ( https://secolo-trentino.com/2026/03/08/walter-chiari-vivere-fino-in-fondo/ ) in quel periodo si verificò un corto circuito sentimentale. Lucia, a un ricevimento presso l’ambasciata italiana, conobbe il celeberrimo torero madrileno Luis Miguel Gonzàlez Dominguin, classe 1926; entrambi mollarono i rispettivi morosi, ma la donna di lui, una certa Ava Gardner, si consolò proprio con Walter; questi, in seguito, dichiarerà di aver pensato a Lucia come consorte, avallando la versione di lei, che ha sempre parlato di amore platonico, pur se Chiari non sembrava proprio il tipo da accontentarsene. Comunque siano andate tali giostre amorose, di certo l’italiana e il matador fecero subito coppia, lui le chiese di sposarlo in capo a 48 ore dalla conoscenza, poiché, rivelerà la moglie anni dopo, vedeva in lei la madre dei suoi figli, che nacquero uno dietro l’altro: Miguel nel 1956, Lucia jr nel 1957, Paola nel 1960 e un quarto che spirò appena nato (più, dicono, qualche aborto spontaneo). Per una dozzina d’anni si seppe poco della signora Dominguin, ormai attestatasi a Madrid e apparentemente ispanicizzata senza rimpianti.

La famiglia Dominguin/Bosè (in Spagna e America latina era d’uso che i figli portassero i cognomi di padre e madre, anche se si trasmetteva solo quello paterno)
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Gli anni passano e un bel giorno compare sui nostri schermi, e nelle classifiche internazionali, un bel ragazzino efebico di nome Miguel Bosè. Dopo un’apparizione nel film “ Suspiria” (1977, regia di Dario Argento), il giovanottello si lancia nella disco music con il pezzo “Anna”, mostrando anche doti tersicoree, e si ripeterà con altre hit come “Super Superman”, “Bravi ragazzi” e “Se tu non torni”. La vostra cronista, costretta a vederne un’esibizione, in quel di Genova, dalle pressioni di un giovanissimo familiare, ricorda urletti e strepiti delle piccole fan e il nostro che parla in un perfetto italiano, quasi venato dall’accento milanese materno.
Celebrato come sex symbol il giovane (che tra i nomi di battesimo annovera Luchino, in omaggio al padrino Visconti) racconterà poi di aver perso la verginità con Amanda Lear, e gli viene attribuito un fidanzamento con l’attrice iberica Ana Obregòn, ma la svolta è vicina, annunciata dalla sua parte “en travesti” in “Tacchi a spillo” (1991, regia di Pedro Almodòvar): una relazione con tale Nachu Palau, quattro figli da madri surrogate. La carriera di Miguelito, che risiede in Messico, è stata ondivaga e l’Italia ha avuto per lui un occhio di riguardo: presentò il Sanremo del 1988, mentre in quello successivo fu la volta della sorella Paola; si occupa di teatro e incide periodicamente, anche se i grandi successi sono ampiamente alle spalle. Quando lo invitano da noi, ci racconta della sua infanzia in braccio a Picasso, di Hemingway che gli girava per casa, dell’amicizia con Andy Warhol.
Almodòvar ci ha abituato a personaggi multisessuali, fiancheggiato da un milieu culturale favorito dai tempi del premier socialista Felipe Gonzàlez (amico di Bettino Craxi) che inaugurò la nuova Spagna, moderna, liberal, più avanti della Scandinavia: nonostante un rigurgito destrorso con il premier Josè Maria Aznar e un timido tentativo di reazione da destra con Mariano Rajoy, la marcia verso le magnifiche sorti progressive non si fermerà e, nel 2005, viene approvato il matrimonio gay (ne approfitterà subito Elton John). Tale metamorfosi, della ex “cattolicissima Spagna” è stata possibile anche grazie all’influenza di clan in vista come quello dei Bosè.

Un tributo di Miguel alla professione del padre
Lucia, che nel frattempo si è separata dal marito e saltuariamente recita, verrà spesso in Italia a raccontarsi. Dapprima la vediamo in “Blitz”, 1981, con Gianni Minà: in studio lei, Miguel e Paola, mentre in collegamento dall’Andalusia c’è Dominguin. Parlare di corrida, oggi, significa esporsi alle trafitture dell’animalismo militante e non, ma la “fiesta” aveva un suo perché, in quei lontani contesti ed arrivò a rappresentare l’1,5 % del PIL nazionale. I toreri, spesso bei ragazzi, avvolti nei loro preziosi costumi, hanno dato un tributo di sangue, ciò che in fondo gli “aficionados” si aspettavano un tempo: si pensi al fascinoso Francisco “Paquirri” Rivera, la cui agonia fu filmata in diretta, dopo un’incornata, nel 1984. L’ultima “morte nell’arena” è del 2016. Anche Dominguin fu più volte gravemente ferito.
I tori andalusi, cresciuti come prìncipi, liberi e selvaggi, in armonia con l’universo e in grado di accoppiarsi “naturalmente” (non come oggi), punteggiavano quella magnifica terra di luce e trovavano la morte per mano degli “espada” come Manolete, Joselito, El Cordobés, i cognati Antonio Ordóñez (suocero di Paquirri) e Dominguin appunto, la cui rivalità è descritta da Hemingway in “Un’estate pericolosa”, con un passaggio, senza nominarla, sulla moglie bella e silente di Luis.
Dal canto suo quest’ultimo, nel citato programma, appare empatico e cordiale, nient’affatto il mostro oppressivo e “patriarcale” descritto da una certa propaganda e Lucia si definisce ancora sua moglie. Lei ci farà poi sapere che il coniuge, affetto da machismo tipicamente ispanico, la tradiva incessantemente ma, infine, le lasciò figli e villa (dove era venuta a vivere anche la madre di Lucia). Una volta divorziati, Luis si risposò civilmente, per poi chiedere l’annullamento alla Sacra Rota, desiderando anche nozze religiose, ma la ex, forse non dimentica di lui, non lo concesse; ritenuto simpatizzante di Francisco Franco, era però molto amico di Pablo Picasso, ferocemente antifranchista; è scomparso nel 1996.
Definitasi madre poco sdolcinata, nonna distratta e amante della libertà, chiome tinte di blu, entusiasta del suo circolo di amici LGBT (che a suo tempo la lanciarono in orbita), la donna, mai affiancatasi ufficialmente ad altri compagni, che pure risulta aver avuto (ammetteva solo una relazione quasi stilnovista con un uomo molto malato) era più volte nonna, oltre che dei figli di Miguel. Paola, modella e attrice per hobby, ha due figli. Lucia Jr, sposata giovanissima con l’italiano Alessandro Salvatore, da lui ebbe la prima figlia, Bimba Bosè, nota modella e cantante in patria, che rese l’attrice bisnonna di due nipotine e morì prematuramente nel 2017.

Lucia in definitiva versione blu (studiata dalla nipote Bimba), una curiosa rassomiglianza con Claudia Cardinale
Veniamo al 2020. Lucia è molto malata e se ne va il 29 marzo. Come è normale, nonostante l’aspirazione degli umani all’immortalità, i decessi non si fermano (né risultano aumentati in quella malefica annata), ma ancora oggi si legge, nelle biografie, che è “morta di Covid”. A nulla sono valse le dichiarazioni di Miguel, uno dei pochi esponenti del mondo dello spettacolo mondiale che ha osato posizionarsi contro la dilagante paranoia da pseudo virus e la furia vaccinale che tante vittime sta mietendo. Lucia Bosé, diva interrotta, nel finale diventa simbolo di una propaganda che certo non avrebbe desiderato. Come da lei stessa affermato, di là c’è di meglio e dobbiamo lasciare in qualche modo questo “corpo di m….”
Carmen Gueye

