RISCHIO IDROGEOLOGICO : 6 MILIONI DI ITALIANI IN PERICOLO

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L’inverno è quasi al termine, e dando uno sguardo a ritroso, per fare un resoconto, bisogna appurare che i mesi appena trascorsi sono stati caratterizzati da numerose alluvioni : indifferentemente hanno imperversato da nord a sud creando un enormità di disagi alla popolazione, e mettendo molte regioni del nostro splendido paese in ginocchio. In un Italia, sempre più scossa e preoccupata per questi disastri, si diffonde la presa di coscienza di tema importante : il rischio idrogeologico. Per far chiarezza sui rischi, Legambiente con la collaborazione della Protezione Civile ha effettuato anche quest’anno l’indagine “ Ecosistema Rischio 2013 “, nella quale forniscono i risultati dei monitoraggi avvenuti in oltre 1.500 amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico.

I risultati non sono rassicuranti : sono infatti ben 6.633 i comuni italiani con aree in pericolo, e oltre 6 milioni di cittadini che si trovano in zone esposte a possibili frane e alluvioni. In 1.109 comuni italiani,quindi l’ 82% , sono presenti abitazioni in aree a rischio e in 779 amministrazioni sorgono impianti industriali, il che significa che in caso di calamità, oltre al pericolo per le vite dei dipendenti, ci potrebbe essere l’eventualità di sversamenti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Per cercare di risolvere il problema della pericolosità delle zone interessate, la prima cosa da fare sarebbe  spostare queste abitazioni e industrie in zone meno pericolose, ma purtroppo in Italia non viene fatto. Risulta infatti, sempre dal dossier di Legambiente, che solo 55 comuni in tutta la penisola si sono preoccupati di mettere in sicurezza i cittadini, facendo costruire le case in zone non a rischio e solo 27 comuni hanno deciso di delocalizzare  le industrie per contenere eventuali danni all’ambiente e ai lavoratori. Come se non bastasse, anche se si cerca di sensibilizzare a riguardo, negli ultimi dieci anni sono state costruite ancora nuove strutture nelle zone a rischio, non pensando alla possibilità di tragedie, e in 153 comuni sono stati tombinati e coperti tratti di corsi d’acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti. Anche l’informazione tarda ad arrivare, dato che solo 427 comuni hanno dichiarato di preparare la popolazioni con attività finalizzate ad affrontare le situazioni di emergenza.

Il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza ha commentato  a riguardo : << Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo : Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio. >>

Il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Franco Gabrielli, osserva inoltre : << Purtroppo, in dieci anni di ‘Ecosistema Rischio’ ci siamo ritrovati a dire spesso le stesse cose: il tempo è passato ma sembra sia cambiato poco o nulla nell’attenzione rivolta ai temi della protezione civile e della salvaguardia del nostro territorio. >> e continua << Anche di fronte agli ultimi avvenimenti, che confermano come il rischio idrogeologico interessi la massima parte del territorio italiano e constatando una prevenzione strutturale non immediata per tempi e risorse economiche, dobbiamo tutti concentrarci sulla prevenzione di protezione civile e su una corretta informazione ai cittadini, strumenti che nell’immediato possono consentirci di salvare vite umane. Detto ciò, rimango convinto dell’urgenza di passare dalle parole ai fatti, dell’urgenza di compiere scelte importanti che pongano al vertice delle nostre preoccupazioni la salvaguardia dell’intero territorio che sta letteralmente crollando a pezzi. Per questo ho lanciato, da mesi, la proposta di una revisione delle politiche di uso del territorio, sospendendo, magari, quei progetti che possano provocare un ulteriore aggravio del rischio in un paese sempre più fragile come il nostro e investendo le poche risorse che abbiamo sulla messa in sicurezza. >>

Infatti la prevenzione in determinati casi è fondamentale, e ci potrebbe salvare da situazioni disastrose, come quelle esplicate nel dossier “ Ecosistema Rischio 2013” giunto oramai alla sua decima edizione. Oltre a bloccare i progetti di costruzione siti in luoghi non adatti e a rischio, bisognerebbe anche pensare al rimboschimento dei versanti montuosi e collinari franosi, ad attività di risagomatura dell’alveolo fluviale e molto importante il ripristino e la rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua.

Cecilia Capurso

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