Spiagge italiane: spariranno, aumenteranno gli allagamenti

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Waterworld: film.

Fiorello negli anni ’90 aveva rivisitato una canzone che faceva più o meno così: “Spiagge, il ritmo sotto il sole e le belle donne, dell’Adriatico” sembra assurdo, ma effettivamente fino a trent’anni fa nessuno mai aveva il dubbio se le nostre spiagge sarebbero durate in eterno o no. Eravamo tutti convintissimi che sì.

Si fumava in spiaggia, c’erano immondizie, vivevamo come animaletti, è la verità, senza rispetto e senza onore, parcheggiando con le ruote a fil di sabbia, senza pensare a riciclare, ai cambiamenti del clima, allo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai, all’inquinamento. Si cantava e si ballava fino a notte finita a Rimini, a Lecce, a Ravenna, a Jesolo, ad Ostia, a Napoli, in Sicilia e così via.

Oggi tutto è diverso: le nostre spiagge sono in pericolo. In sostanza spariranno. E non tra molto. E la gente – anche se si porta ancora la pastiera al mare – lo sa.

Se il mare avanza è meglio non peggiorare la situazione con litorali artificiali, è quanto ci hanno detto: a pensarla così non sono né gli ambientalisti alla Rizzi, né i webmedicianti NOvax, bensì molto semplicemente la comunità scientifica dei geologi, che ha decretato come “colpevoli” della distruzione delle spiagge in ordine: i cittadini che hanno oltraggiato le spiagge con l’abuso edilizio, le industrie che hanno costruito porti e porticcioli e stabilimenti raso mare, nonché la costruzione da parte dei singoli comuni di enormi strutture molto belle da vedere (litorali artificiali) ma molto pericolose perché rinfrangono male le onde.

E qui viene il bello: nonostante dagli anni settanta si parli di 800 km di costa erosa, che ora sono 2.300 km (in pratica tutte le spiagge note) non esiste un progetto univoco e unitario che sia stato redatto dal Ministero (ad esclusione del programma Demanio dello Stato) per la costruzione di moli frangi-onde coerenti, che siano distribuiti lungo tutto lo stivale.

Passiamo così da aree (ex città marinare ora porti industriali e città turistiche) iper cementificate ad aree selvatiche e grezze, da scogliere con scogli naturali a scogliere di cemento, da porti urbani a scarichi di acque, da delta deformati dalla deturpazione umana a uscite a foce rigettate sul cemento.

L’allarme consiste, ad oggi, molto semplicemente, nel risultato di tre fattori coincidenti: la velocizzazione dei fiumi e la loro acqua, prevalentemente di basso contenuto minerario (le montagne si consumano per effetto naturale di livellamento planetario, ma i detriti non arrivano a mare perché i fiumi sono veicolati in alvei artificiali); le onde hanno velocità e portata anomala a causa della mancata risacca, cioè una rifrazione naturale che scarica i materiali a riva; il mare si è un pochino alzato per lo scioglimento dei poli e dei ghiacciai per cui diminuisce la spiaggia scoperta. Se a questo aggiungiamo il selvaggio sfruttamento delle aree confinanti con l’acqua da parte di industrie e costruzioni civili, il gioco è fatto.

Secondo la comunità scientifica, però, la soluzione non è quella di costruire muri, paratìe o dighe alla olandese, bensì si potrebbe studiare un piano di strutturazione di “ostacoli” per la corretta rifrazione della potenza del mare e delle onde, che sembrano essere una delle cause di una errata erosione, fermo restando che sarà comunque necessario – in futuro – affrontare il problema della sabbiazione, che consiste in alzare ogni anno la spiaggia di almeno 4 mm se si vuole fare fronte al problema secondario ma non banale: l’allagamento dell’entroterra per innalzamento dei mari. Tutto questo perché il pianeta tende, per natura, a consumarsi. E l’acqua tende per natura a riempire lo spazio secondo la legge di gravità, cioè riempiendo le aree concave e lasciando in isola quelle convesse. L’Italia è in pericolo, serve affrontare seriamente il problema adesso.

Di Martina Cecco

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