Tonno in scatola: ammonimento della Commissione Europea e consumo consapevole

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E’ uscita di recente la “Classifica Rompiscatole” di Greenpeace sulla sostenibilità del tonno in scatola venduto in Italia (http://www.greenpeace.it/tonnointrappola/?utm_source=Planet&utm_medium=news&utm_campaign=Scandalo_Thai_041115). Sono stati esaminati alcuni tra i principali marchi – 11 per la precisione, che complessivamente costituiscono l’80% del mercato italiano – per verificare la loro politica in tema di equità e sostenibilità, metodi di pesca ed informazioni ai consumatori. 
Al primo posto si colloca la “Asdomar” – seguita da “Esselunga” e “Conad”- che viene promossa da Greenpeace per la politica di acquisto, l’informazione ai consumatori e perché utilizza tecniche di pesca selettive e, quindi, con un minor impatto ambientale e sull’ecosistema marino.
All’ultimo posto si classifica, invece, il marchio “Mareblu” perché, nonostante gli impegni presi negli anni scorsi, continua a pescare con sistemi di aggregazione non selettivi, determinando la cattura di altre specie animali come squali e tartarughe, e minacciando, così, l’ecosistema marino. 
Il marchio in questione è di proprietà della Thai Union, già nota a Greenpeace per pratiche di pesca non sostenibili (http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2015/mare/Quella_sporca_filiera.pdf) e per essere coinvolta in inquietanti violazioni dei diritti umani e dei lavoratori. Da testimonianze di pescatori impiegati nella filiera di navi ad essa affiliate sono emersi maltrattamenti, abusi e violazioni dei diritti dei lavoratori che, avvenendo a miglia di distanza dalla terra ferma, troppo spesso rimangono impuniti. Tra le categorie più a rischio, impiegate nelle imbarcazioni vi sono minori e migranti in cerca di un’occupazione e, fra questi ultimi, anche i Rohingya, la comunità musulmana perseguitata in Myanmar (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/27/greenpeace-contro-thai-union-nella-battaglia-del-tonno-in-scatola-sacrifica-oceani-e-mette-a-rischio-i-lavoratori/2163910/).
La Commissione Europea, con un comunicato stampa del 21 Aprile 2015 (http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-4806_en.htm (EN)) ha informato di aver avviato una procedura con la Thailandia perché questa si allinei alle politiche comunitarie di lotta alla pesca non dichiarata e non documentata (IUU: Illegal Unreported and Unregulated fishing). 
La materia è oggetto del Regolamento CE 1005/2008 del Consiglio, e propone una politica comunitaria che garantisca lo sfruttamento delle risorse acquatiche in condizioni sostenibili da un punto di vista economico, ambientale e sociale attraverso la documentazione del processo di pesca. Il regolamento si propone di combattere la pesca illegale, non dichiarata e non documentata, imponendo anche dei requisiti per l’importazione di prodotti da parte di Paesi terzi e la possibilità, per i pescherecci che praticano pesca illegale, della revoca dell’autorizzazione e del permesso di pesca in territorio comunitario. 
Col suddetto comunicato di Aprile 2015 la Commissione concedeva 6 mesi alla Thailandia per prendere le necessarie misure correttive in favore di sistemi di pesca sostenibili precisando che, in assenza di miglioramenti, l’UE potrebbe proibire l’importazione dalla Thailandia. Ad oggi, nonostante i 6 mesi concessi siano scaduti, non sappiamo le sorti del commercio di prodotti ittici dalla Thailandia. 
“In attesa dell’estensione della disciplina comunitaria per la pesca equa e sostenibile anche ai fornitori appartenenti ai Paesi terzi che, peraltro, costituiscono i maggiori produttori mondiali, al consumatore è pur sempre lasciata la possibilità di un consumo informato e consapevole”, comunica il consulente Aduc Maria Elena Pini.

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