“Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali”.

Con queste parole si è espresso Beppe Grillo sul suo blog, in un post dal titolo “Una giuria popolare per le balle dei media”, menzionando la faziosità dei telegiornali e dei siti d’informazione nostrani che ci portano a essere al 77mo posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa. 

Continuando ancora: “Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse”. Frase che a pochi, tra coloro che di mestiere fanno i giornalisti e gli informatori, è passata inosservata. Tra questi, uno tra i primi a sentirsi chiamato in causa è stato Enrico Mentana, storico direttore del TG La 7 e divenuto “celebre” per le sue interminabili maratone.

Non si è fatto attendere infatti il suo commento, in merito alla questione sollevata dal
leader pentastellato, attraverso la sua pagina Facebook: “In attesa della giuria popolare chiedo a Grillo di trovarsi intanto un avvocato. Fabbricatori di notizie false è un’offesa non sanabile a tutti i lavoratori del tg che dirigo, e a me che ne ho la responsabilità di legge. Ne risponderà in sede penale e civile”.

Ma siamo sicuri che quella di Grillo non sia piuttosto una mossa strategica per acquistare ulteriore consenso popolare? E chi ci dice che non sia una trovata tutta nuova per contrastare i continui attacchi mediatici che, soprattutto in quest’ultimo periodo, hanno visto protagonista Virginia Raggi nelle accuse mosse dalla stampa su una sua implicazione nell’indagine che ha colpito il suo braccio destro Raffaele Marra? Guarda caso ieri è stato pure modificato il codice di comportamento interno al movimento: un codice etico da rispettare “in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”.

Sta di fatto che, da dopo le elezioni americane che hanno visto trionfare D. Trump, – contro ogni sondaggio e contro ogni previsione – l’attacco ai media da parte dei movimenti populisti emergenti si è fatto sempre più serrato. E non è un fatto nuovo.

Dopotutto l’allarme bufale o fake news è divenuto sempre più attuale nel mondo digitale e le misure adottate, in non ultima battuta, anche da motori di ricerca quali Google e altri siti, hanno fatto di questo tema un vero e proprio dibattito nella considerazione che porta l’opinione pubblica a determinare cosa sia o meno autorevole nel mondo del web – e del giornalismo – in versione 2.0.

La minaccia alla democrazia è una minaccia seria e anche le bufale e le notizie false hanno alimentato questo sistema in un certo senso distorto, privo di garanti e professionisti del settore – quest’ultimi spesso snaturati dalla necessità di pubblicare le notizie in maniera veloce e senza particolari controlli della fonte, oltre all’attività di fact checking o verifica dei fatti. Ma ovviamente occorre sempre fare un distinguo e non tutti agiscono secondo questi criteri.

L’informazione seria e autorevole, di fatto, esiste ancora. Il problema è chi, per un motivo o per l’altro, alimenta l’immagine di un giornalismo malato,  quello che – giusto per intenderci – in talune occasioni si sarebbe dovuto vergognare. Ovviamente modificando la considerazione che i lettori ne davano, portandolo a un calo vertiginoso nel consenso e nella fiducia: secondo un articolo di Charles Lane del Washington Post, pubblicato lo scorso 13 ottobre da Die Zeit, si faceva notare che ancora nel 1997 il 52 per cento degli americani, secondo il sondaggio Gallup, aveva fiducia nei media, fiducia crollata al 32 per cento e conseguentemente al 14 per cento tra gli elettori – in questo caso repubblicani – nelle ultime elezioni americane. Le scuse esemplari del Time hanno fatto il giro del mondo.

Ma basterà una “giuria popolare” per smascherare le bufale o le notizie faziose? E poi, secondo quali criteri? Attraverso quali considerazioni? Non è che alla fine i grillini stessi sono finiti per passare dalla demagogia banale all’ipocrisia demagogica che a nulla di concreto porta?

Perché è certamente un dato di fatto quello che vede il mondo dell’informazione soggetto a rinnovati mutamenti, ma forse più che una giuria popolare servirebbe trasparenza laddove la politica – e i soggetti che ne fanno parte – esercita quella forma di potere che solo dopo, nei media, viene correttamente o meno divulgata. E i casi di monopolio politico  dell’informazione – priva di regolamentazione chiara e deontologica, specialmente sul web – sono sotto gli occhi di tutti.

Magari servirebbero soprattutto buoni politici in grado di regolamentare l’informazione, senza farla da padrone. E soprattutto senza generalizzare. Forse, come pronunciato dalla Fnsi, “sarebbe molto più opportuno che Grillo si impegnasse affinché in Parlamento venga rapidamente abrogato il carcere per i giornalisti e approvata una norma che scoraggi il fenomeno delle querele temerarie”. Poi potremmo pensare anche al resto, senza per forza bisogno di cadere nel qualunquismo.

di Giuseppe Papalia