E alla fine, che Brexit sia. La Camera dei Comuni, nella giornata di giovedì, ha finalmente dato il via libera al testo di legge governativo per l’avvio dei negoziati per il divorzio tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea, con il conseguente problema di capire che fine faranno le numerose aziende situate sul suolo britannico, ora confinate. 

Una separazione netta che scioglie le mani alla premier britannica Theresa May, libera di avviare le procedure, forte del consenso del Parlamento inglese e della volontà popolare espressa al referendum nel giugno scorso. Tuttavia ciò che ora preoccupa sarà l’alto numero d’imprese e startup, operanti all’interno del tessuto socio-economico nazionale e in grado di rappresentare ben l’11,8 per cento del Pil britannico, costrette a delocalizzare le loro sedi in cerca di “terre sicure” in suolo europeo. Ma chi sarà il favorito pronto ad attrarre queste potenziali opportunità? 

L’Italia ha più volte espresso la volontà di voler risultare competitiva e “raccogliere i frutti” di questa ghiotta occasione, presentando Milano e Napoli come potenziali capofila tra le città italiane, le quali garantirebbero probabili aree “no tax” e numerosi incentivi fiscali con lo scopo di attrarre le imprese della City.

Un’impresa ardua, che deve però fare i conti con le problematiche interne al nostro paese, non propriamente tra i più attrattivi in termini economici e di investimento di capitale. Tra gettito fiscale tra i più alti in Europa, (si registra che nel solo 2015 sia stato di 50 miliardi e 268 milioni l’assegno versato dalle imprese italiane alle casse dello Stato), e burocrazia lenta e tutt’altro che permissiva, l’Italia non sembrerebbe certo essere la terra di approdo più sicura per le realtà imprenditoriali in cerca di casa. E a nulla serviranno le dichiarazioni del ministro degli esteri Angelino Alfano, fiducioso di creare una “task force per rendere Milano in primis competitiva” per battere la concorrenza e “vincere in Europa”, se prima non si rende competitivo l’intero sistema economico e giudiziario italiano. 

Già, perché il problema, se si va ad analizzare il versante non soltanto puramente economico ma soprattutto normativo, di certo non migliora. La cosiddetta “diplomazia economica” da sola non basta per attrarre capitali e alle parole bisognerebbe anteporre i fatti che oggi parlano chiaro, delineando un quadro di dati e spirali non del tutto rassicuranti del sistema Italia.

Il confronto tra Italia e Gran Bretagna sulla corporate tax nazionale (ovvero l’imposta sui redditi delle imprese) tanto per cominciare, si attesta a quota 64,8% per l’Italia contro il solo 20% del Regno Unito, che in questo senso registra un’aliquota più bassa della totale media Europea (che Oltralpe si attesta attorno al 33,33%). Un «Gap» certo non rassicurante per l’Italia, che non riesce a creare un habitat favorevole per le imprese “Made in Italy” (figurarsi per quelle Britanniche).

Una pubblica amministrazione più efficiente e un sistema giudiziario in grado di dialogare attivamente con le imprese, potrebbe poi essere il primo grande passo per invertire quella tendenza che vede il nostro paese fanalino di coda mondiale in attrattività, stando alle ultime analisi del Fondo monetario internazionali sugli investimenti globali di ciascun paese in entrata e in uscita.

Altra mossa potrebbe essere, partendo da un’accurata riflessione di natura giuridica, delineare una distinzione netta e chiara tra potere esecutivo e giudiziario: perché se è vero che il Governo potrebbe, nel breve e medio termine, proporre disegni di legge rapidi e veloci per attrarre le imprese estere, è altrettanto vero che sul lungo termine i problemi riguardati il sistema della giustizia civile potrebbe creare numerosi problemi per gli investitori interessati allo spostamento delle loro sedi legali in Italia. Il problema principale per il sistema-Paese Italia pertanto, resterebbe innanzitutto quello di una Pa ancora lenta e macchinosa (al netto delle riforme prodotte dall’ultimo esecutivo targato Renzi) e con tempi giudiziari per nulla prestanti.

Certo, la percezione del nostro paese, nei confronti degli investitori internazionali, è di fatto migliorata stando ai dati Index 2016, così come la percezione del nostro sistema bancario (nonostante gli ultimi scandali di Mps), ma forse occorrerebbe fare qualcosa di più. Soprattutto in relazione ai tempi di adeguamento e coerenza di attuazione delle norme. 

Giuseppe Papalia