L’attentato di Manchester: l’ultimo sintomo di un sistema buonista fallimentare

L’attentato a Manchester, avvenuto alle 22.35 di un 22 maggio qualunque, ci coglie ancora una volta impreparati. Ci pone dinnanzi a scene già viste, a commenti e aperture in prima pagina già lette. Eppure, in maniera quasi ciclica, ecco che l’ennesimo attentato al cuore dell’Europa ci scaraventa giù dai nostri letti non solo con l’idea di aver appena assistito a un incubo, dal quale difficilmente riusciremo a distaccarci, ma con la consapevolezza di vivere in un mondo sempre meno sicuro.

Nel panorama di attentati europei che hanno visto coinvolte Spagna, Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Svezia e Danimarca, in molti sono lì a chiedersi quale altro sarà il prossimo obiettivo. In una fase di “normalizzazione” del dolore, nello scorrere abituale delle notizie sulla ‘timeline’ di Facebook, questo quesito diviene una sorta di “abitué” tra le news di kamikaze suicidi, ordigni esplosi e camion o macchine lanciate a tutta velocità su folle inermi. Manchester, in questo senso, diviene “l’ultimo episodio di una lunga serie”; che parte da Charlie Hebdo e passa per il Bataclan, scorrendo fino a quello, sempre kamikaze, all’aeroporto Zaventem di Bruxelles e alla stazione metro Maelbeek e via via culmina al Westminster Bridge, appena due mesi fa. Tutto questo mentre Londra non ha ancora cancellato la ferita del terribile attacco terroristico alla metro del 2005: il peggior attentato terroristico su suolo britannico che ancora la storia moderna ricordi.

Quello alla Manchester Arena, al netto dei dati e dei numeri che arrivano nella mole costante di aggiornamenti sui media di mezzo mondo, è ad oggi il secondo peggior attacco terroristico proprio dal 2005: questa volta il bilancio parla di 22 vittime accertate, tra giovani adolescenti e bambini inermi e 59 feriti.

La tragedia si ripete e così anche le foto dei corpi tumefatti delle vittime o dei feriti sulle prime pagine dei giornali: sarà un attimo sovrapporle a quelle dei nostri figli, dei nostri nipoti o conoscenti. Quando sapremo chi li avrà uccisi, scopriremo i dettagli dell’attentatore che ieri ha deciso di farsi esplodere, in un clima di festa e spensieratezza, quando anche l’Isis rivendicherà l’accaduto, noi saremo lì; pronti a puntare l’indice e a muovere accuse, confusi e costernati – quasi ipocritamente – senza però aver concluso nulla.

Perché al di là dell’archetipo dello straniero, dell’invasore e del nemico, forse occorrerà riflettere sulla gestione di un sistema per troppo tempo reputato da molti come “permissivo”: in grado di dimostrarci ancora una volta il suo più completo fallimento. E a nulla serviranno le ennesime dichiarazioni dei leader mondiali, l’innalzamento delle misure di sicurezza, così come ha annunciato in queste ore il sindaco di Londra Sadiq Khan, e la sospensione della campagna elettorale britannica, se non saranno presi seri provvedimenti. Così come a nulla serviranno le marce “arcobaleno” milanesi a favore della pace e dell’integrazione se il “nemico”, quello che da un po’ di tempo a questa parte ci attanaglia la mente facendoci sentire tutti un po’ più insicuri, sarà definitivamente debellato.

Hanno alzato il livello dello scontro e forse, a ripensarci, il non cedere al disprezzo (così come i buonisti tuonano quando a prevalere dovrebbe essere il concetto di sicurezza) e allo spostamento verso destra, è stato un comportamento complice da parte nostra. Alcuni avevano pensato che, con la fine del 2016, qualcosa di diverso potesse iniziare; ma così non è stato e l’attentato di Istanbul ne è stata la prova. Anche a luglio, quando con un camion erano passati sopra una folla di persone in festa, a Nizza, non avevamo ceduto all’odio: nessuna violenza o disgregazione da parte del mondo occidentale, che era passato oltre e aveva battuto perfino l’effetto collaterale del “populismo”. Niente avanzata di Hofer in Austria e di Wilders in Olanda, niente Marine Le Pen all’Eliseo e la “fine dell’era dei populismi” e del contrasto ad alcuni era apparsa certa, senza non pochi malcontenti. Oggi però a trionfare è il terrore, e in molti sono li a chiedersi se la colpa non sia in un certo senso anche nostra.

di Giuseppe Papalia

 

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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.