“Viva gli Alpini!” La comunità è più forte di qualsiasi polemica

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Non si può ridurre l’Adunata degli Alpini ad un semplice evento folkloristico, così come non è facile far capire a chi non sia stato presente cosa significhi l’arrivo di oltre 500 mila persone provenienti da tutta l’Italia.
Guardando sfilare questi uomini e vedendoli stare assieme si riesce a cogliere il concetto di comunità, che non si basa su semplici slogan perché sta alla base del concetto di Stato. Comunità significa stare assieme, darsi delle regole e godere insieme dei momenti belli una volta terminati quelli difficili. Gli Alpini, come loro stessi affermano e dimostrano, non si lasciano mai dietro di loro un commilitone, in nessun caso. Niente del resto è impossibile e spesso è successo che i parenti portassero alle adunate il cappello piumato di qualcuno che aspetta solo di poter rincontrare i suoi commilitoni in paradiso.

Non ci sono parole nel descrivere i bellissimi sentimenti provati in questi giorni da tantissimi concittadini, ma forse si possono racchiudere in una frase pronunciata da molti di loro: “Viva gli Alpini”. Sarebbe poi necessario fare anche altre considerazioni. La prima riguarda la meticolosità da parte degli Alpini che sono riusciti a riconsegnare una città quasi immacolata nel giro di così poche ore e dopo oltre 3 giorni di adunata, impresa non certo semplice. Si è vista una precisione che ci riporta a tristi pagine della nostra storia recente, come per esempio i terremoti nel centro Italia di quest’ultimi anni dove l’ANA è stata in prima linea nell’affrontare l’emergenza umanitaria e dando una lezione di società a tutti noi.

Il concetto di comunità poi rimanda alla seconda considerazione. In questi giorni ci sono state alcune contestazioni da parte di soggetti che sono persino arrivati a scrivere sui muri di Trento ingiurie nei confronti degli Alpini; ma del resto queste sono persone che non riconoscono il senso dello Stato e di conseguenza il senso di società e comunità, due parole che hanno alle loro spalle un significato complesso, non facile da comprendere sopratutto per coloro che non vogliono capire.

Non vogliono innanzitutto capire che gli Alpini, da loro definiti stupratori, nelle due Guerre Mondiali hanno dovuto combattere sulle cime delle Dolomiti, in Etiopia, nel fango della Grecia e sopratutto nella neve russa. Non c’era per loro possibilità per tornare indietro, si doveva combattere ed era fondamentale rimanere uniti, perché solo l’unione in quei momenti li avrebbe potuti aiutare a sopravvivere. È a partire da quell’unione che è nata l’idea di creare un’associazione che li potesse raggruppare anche dopo le vicende della guerra e che facesse in modo di organizzare annualmente la loro adunata, come quella che si è svolta quest’anno a Trento. Un’adunata che, per fortuna, nel tempo ha cambiato il suo significato. Ai reduci di guerra si sono sostituiti i soldati che hanno fatto la leva, persone che sono diventati parte integrante di un mondo che punta sul volontariato e su una difesa della Patria diversa da quella dei loro predecessori, ma altrettanto importante per tutti noi.

Infine un’ultima considerazione: alcune persone hanno affermato nelle settimane scorse che lo svolgimento di un’adunata degli Alpini fosse un evento offensivo nei confronti dei soldati trentini austroungarici che avevano combattuto nella Prima guerra mondiale. Si è persino arrivati a esporre le bandiere del Tirolo su alcuni balconi e finestre. La storia d’Italia non ha mai considerato il Trentino come terra di conquista, ma anzi come terre da liberare dal giogo austriaco, e quanto fatto da alcuni di loro non è altro che una vera e propria mancanza di rispetto nei confronti di quei tanti trentini che hanno avuto un qualche loro parente alpino che ha combattuto per anni per liberare una città e non di sicuro per occuparla. Lasciamo queste speculazioni agli altri, ma che si rispetti a pieno titolo la memoria anche dei padri di quei tanti italiani che vivono da decenni.