Addio a Tina Anselmi: un pezzo di storia Repubblicana avvolta da dubbi

E’ morta all’età di 89 anni Tina Anselmi. La prima donna ministro della Repubblica italiana, si è spenta la notte scorsa nella sua casa di Castelfranco Veneto. Un pezzo della storia Repubblicana se n’è andata, e con lei tutti i dubbi e gli interrogativi sollevati dopo aver presieduto la commissione parlamentare sull’inchiesta sulla P2.

Un’inchiesta condotta da una donna “dal moralismo giacobino, dall’istinto punitivo […] I 120 volumi degli atti della Commissione, che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli dell’Anselmi’s list, infatti, cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”, così come si lesse – nel 2004 – in merito a ciò che affermò il ministero delle Pari Opportunità in un’opera biografica commissionata a Pialuisa Bianco.

Un’opera che certo non diede giustizia alla donna che per prima portò uno spiraglio di luce su una vicenda indegna e oscura della politica italiana, ma che mise anche in evidenza come il suo essere profondamente “guerriera” avesse indotto a implicazioni – a tratti personali – nel suo trascorso politico all’interno della DC, in quella stessa indagine condotta con “furbizia contadina”, così come si riportò sul suo conto, all’interno del dizionario biografico delle donne italiane.

Una furbizia contadina in grado di farla “spiccare” tra le ali protettive di Andreotti, prima come ministro del decastero del Lavoro e della previdenza sociale, nel 1976, e poi – come d’accordo con il PCI – per guidare l’inchiesta parlamentare sulla P2 di Licio Gelli e il “potere occulto”. In molti si chiesero se proprio quell’assegnazione non fosse stata una casualità.

Tuttavia, implicazioni storiche a parte, Tania Anselmi divenne un simbolo, per il sistema sanitario, quando ad esso legò il suo nome, nella riforma che lo introdusse alla nazione. Nata da una famiglia fondamentalmente cattolica, frequentò il ginnasio nella sua città natale e in seguito decise di continuare con l’Istituto magistrale a Bassano del Grappa. In quegli anni decise inoltre di prendere parte attivamente alla Resistenza, come staffetta e porta lettere, sotto il comando di Gino Sartor nella brigata Cesare Battisti prima e del Comando regionale veneto del corpo volontari della libertà poi.

Divenne celebre con il nome di battaglia di “Gabriella”, nome che portò sempre con sé anche quando nel 1944 decise d’iscriversi alla DC. La laurea in lettere alla Cattolica di Milano e la professione d’insegnante elementare, la legarono altresì alla vita sindacale, prima con la Cgil e poi con la Cisl, nel 1950, in seno al ruolo di dirigente del sindacato degli insegnanti elementari fino al 1955.

Senza dubbio attività estremamente nobile, che la fece conoscere come donna legata alle condizioni sociali e delle pare opportunità. Eppure, nonostante in molti l’avessero proposta addirittura a Presidente della Repubblica, la sua figura fu a tratti contrastante, implicitamente legata al suo trascorso prima partigiano e poi democristiano. Anche lo stesso centrosinistra, quando ci fu l’opportunità per nominarla a capo della Repubblica, non ebbe il coraggio e preferì Napolitano. La stessa fazione per cui per anni lavorò, ideologicamente, cercando di far luce sulla P2, e che poi contribuì nell’emarginarla. Così come la stessa idea di prender parte attivamente alla DC, forse in contrapposizione al PCI, la dipinsero “una comunista travestita da democristiana”, così come oggi la ricordano alcuni, sotto agli innumerevoli post che la dipingono come portatrice di ideali e valori.

Certamente fu messaggera e icona di molte delle cose che, positivamente, in molti (istituzioni e fazioni politiche tutte) le riconoscono. Ma fu anche molto altro: così come la definì Montanelli, l’anticipatrice della logica processuale del “non si può escludere che” , ma non solo. E di questo bisogna ricordarsene, insieme a tutto il resto.

di Giuseppe Papalia

 

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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.