Albere, l’immenso buco nero di conti pubblici: invenduto il 40% del quartiere

Il quartiere delle Albere, a Trento, torna a far parlare di sé. E questa volta non per i lavori di realizzazione o per il suo “vuoto infinito”, oramai divenuto esteso e famoso a tutti coloro ne abbiano anche solo minimamente sentito parlare in città, bensì per gli spazi invenduti: si parla del 40% dell’intero quartiere.

Una percentuale significativa, in grado di mostrare quanto l’unica cosa che si è estesa, in questi anni, sembra essere proprio il tasso che indica lo spopolamento del nuovo quartiere: un ambizioso progetto di rivalutazione ambientale, attuato a seguito della dismissione dell’ex fabbrica trentina Michelin, costato parecchi soldi e ora fermo con le quattro frecce. Il tutto, disegnato e voluto con l’aiuto del noto architetto, famoso in tutto il mondo, Renzo Piano.

Peccato che, questa volta, ad essere divenuto famoso è il racconto di un territorio oramai ultimato e in cui non manca nulla, (tra 18 mila metri quadrati di uffici, 9 mila di negozi, 28 mila di spazi aperti e 300 unità abitative) che però vede l’assenza dell’elemento principale: quello delle persone e delle aziende che potrebbero rivalutarlo.

E proprio su questo si è puntato, grazie al Fondo immobiliare Clesio, gestito da Castello sgr, titolare del nuovo quartiere delle Albere, il quale si è impegnato a vendere ad enti pubblici, (tra questi l’Ateneo universitario e il Muse) immobili per un costo complessivo di 220 milioni di euro, così come si legge nella relazione 2015 del Fondo. E non è un caso che la metà di quei soldi, almeno 110 milioni di euro, siano stati investiti nella riqualificazione del territorio grazie proprio a complessi quali il famosissimo Museo delle Scienze, (situato a sud dello storico palazzo delle Albere e inaugurato nell’ormai lontano 2013) e alla rinnovata proposta di decentrare a Le Albere la nuova biblioteca universitaria. Idea, quest’ultima, che ha sollevato numerosi dibattiti tra i pendolari e gli studenti della città, vista e considerata la distanza dal polo universitario cittadino.

Ma ovviamente l’interesse è quello di portare introiti a quelle poche aziende (come nel caso di Dolomiti Energia) che hanno partecipato nel trasferire uffici e parti delle loro sedi nella nuova zona. Non certo quello di agevolare gli studenti che saranno costretti ad adeguarsi, nelle ore di spazio libero, fra una lezione e l’altra. Dopotutto, di fronte ad una situazione che vede un incessante rosso nei conti del Fondo, (nel 2015 è di oltre 16 milioni) cosa può fare l’attuale amministrazione a firma PD, anch’essa “rossa”, targata Andreatta? Appartamenti, locali e uffici per oltre 30 milioni di valore sono già stati affittati, ma del restante 40% del totale, stimato ad ora 160 milioni di euro complessivi (di soldi pubblici) e ancora invenduto, che ne sarà? A chi sarà concesso questa volta?

Nel frattempo possibili nuovi casi di speculazione immobiliare e svalutazione di quote di mercato si fanno reali tra coloro che, come nel caso di Dolomiti Energia, avevano acquistato quote per 15,7 milioni, deprezzandole di 5,5 milioni sull’intera cifra. Stessa sorte per Itas Mutua di Clesio e Mediocredito Trentino Alto Adige, le quali hanno attuato una svalutazione delle quote rispettivamente di 1,5 milioni e 764 mila euro, come riportato qua.

Anche il destino del Fondo sembra essere segnato: a quattro anni dalla scadenza (prorogata al 31 dicembre 2020) torneranno i conti? O registreranno un nuovo e prosperoso indebitamento? Sta di fatto che, ad oggi, il valore netto dello stesso è calato, come riportato sempre da L’Adige, da un valore iniziale di 80 milioni di euro a 50 milioni complessivi. Così come per il valore delle quote, da 50 mila euro a 31 mila, con un drastico calo del 37%.

Un calo che dipinge, a tre anni di distanza dalla creazione del nuovo quartiere trentino, una situazione non di certo apprezzabile. Ovviamente sollevando numerosi dubbi e riflessioni, nell’opinione pubblica, in merito all’operato da parte di enti e istituzioni sulla condotta in questa zona. Certo, il degrado (quello vero) nelle periferie di Trento è altro e non riguarda questo caso specifico. Ma siamo sicuri che il progetto a firma Renzo Piano, tra le altre cose, non abbia fatto lievitare i prezzi a dismisura (in media 4700 euro al metro quadrato) non consentendone un facile accesso a tutti?

di Giuseppe Papalia

 

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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.