Alessandro Sallusti (il Giornale): “chi vuole diventare giornalista, oggi, è meglio che si dedichi ad altro, ed è tardi per contrastare il controllo dell’informazione”

Fake news, giornalismo e rete: sono state queste le. domande poste al Direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, lo scorso ottobre in occasione della visita di Silvio Berlusconi a Trento. Il direttore de Il Giornale Sallusti ha voluto affrontare temi quali la rete, il MoVimento 5 Stelle e le fake news. Qui di seguito l’intervista:

Molti accusano i populisti di usare spesso fake news, lei cosa risponde a riguardo, visto che pure lei è stato accusato di pubblicare delle bufale? Bisogna intenderci su cosa significa fake news: se per noi significa notizia falsa, io non ho mai visto in tanti anni che ne fosse pubblicata una, sapendo che fosse tale. Capita di pubblicare notizie imprecise, o che in quel momento sembrano vere e poi si rivelano altro: una notizia è la fotografia di un fatto, non un film. Quindi, le fake news, almeno sulla carta stampata, non esistono. Oggi sono strettamente legate al web. Ma anche qui dobbiamo stare attenti: su internet, gli algoritmi concentrano i flussi di notizie in maniera monodirezionale, manipolandoli in base ai gusti di ciascun utente. Non c’è pluralità di informazione: se io cerco notizie su una vicenda, e lo fa pure un altro lettore, a me darà dei risutlati, che, magari, all’altro non compaiono. Si tratta di un vero e proprio lavaggio di cervello, e questo è molto più pericoloso di qualsiasi notizia che poco dopo si scopre essere falsa.

In Italia ci sono pochi giornali di centrodestra. Quest’assenza di carta stampata alternativa al centro sinistra a cosa è dovuta? Quali possono essere le cause?

Sono cause antiche, che hanno origine nella storia. Il Partico Comunista ha speso tanti soldi e tante energie per formare una classe culturale e giornalistica, e dopo la fine della guerra (la Seconda Guerra Mondiale, ndr), la Dc e il Pci si sono spartiti gli ambiti: mentre quest’ultimo si è concentrato sulla magistratura e sulla cultura, la Democrazia Cristiana ha preferito investire nelle banche. E’ un problema endemico, ed è pericoloso: perché è la messa in pratica del concetto gramsciano di pensiero unico, cioè “se noi riusciamo a manipolizzare il pensiero in maniera univoca, siamo a buon punto”. Con Montanelli e la fondazine del Giornale, qualcosa si è cercato di compensare, e un po’ di terreno lo si ha pure recuperato. Certo, la sproporzione resta ancora forte. E’ colpa sì di questo fenomeno storico, ma anche dei lettori non di sinistra che, facendo altro nella vita, sono poco propensi a impegnarsi in maniera culturalmente attiva e comprare i giornali. Non è solo un problema di numero dei giornali, ma anche di numero dei lettori. Che è sempre stato molto inferiore a quello del centrosinistra.

Ad un ragazzo giovane che vuole entrare nel giornalismo, cosa consiglierebbe? Quali suggerimenti potrebbe dargli per potersi muovere in questo mondo? Forse è meglio concentrarsi su altro, come aprirsi un negozio o fare il lustra-scarpe: ha più possibilità di campare che facendo il giornalista. Forse i giornalisti, come li abbiamo conosciuti noi, e i giornali così come sono stati nel nostro secolo, sono una specie in via di estinzione. Il futuro? Molto probailmente vedrà un giornalismo meno istituzionalizzato e quindi meno sicuro come posto di lavoro. Sarà basato sui freelance, sulla libera intraprendenza: cioè un giornalista autonomo che vende i propri pezzi e le proprie inchieste, alle televisioni, alle radio, ai siti web… Perché le aziende non sono più in grado di garantire gli organici di un tempo. Anzi, oggi sono sovraorganico. Quindi, a chi vuole fare questo mestiere consiglio di cambiare lavoro, o al limite di attrezzarsi a non fare il dipendente, e piuttosto il libero professionista.

La Repubblica e l’Espresso hanno accusato l’attuale governo di voler limitare la libertà di stampa. Una nota del governo sembra voler confermare questa ipotesi: si parla di una drastica riduzione dei fondi all’editoria; in merito alla libertà di stampa, oggi, in Italia, si può intravedere questo pericolo oppure sono esagerazioni?

Che questo governo voglia limitare o chiudere tutto ciò che non è web è un dato di fatto. Fino a poco tempo fa sul sito di Grillo c’era la lista di proscrizione dei giornalisti, ed io ero sempre nella top ten se non addirittura sul podio. E questo, per me, era sempre un grande onore e piacere. Ma la domanda è un’altra: perché vogliono fare questo? Nel loro progetto l’informazione, dev’esserci solo il web: internet ci appare come il luogo della grande libertà è invece il più grande oligopolio assoluto. Mentre i giornali sono dei piccoli oligopoli – sul mio giornale posso scegliere pubblicare le notizie che sono più di mio gradimento, così Repubblica e così il Fatto -, ma comunque succubi alla democrazia – un cittadino, per capirci, può comprare i quotidiani che vuole e scegliere, sapendo ciò che sta facendo, come informarsi e attraverso quali mezzi farlo, se tu, invece, ti muovi sul web non sai il perché tu stia leggendo quella specifica cosa. I signori di google, Facebook e Twitter hanno implementato questi algoritmi che decidono loro cosa farti trovare in merito alla notizia o a ciò che stai cercando. Non è un controllo democratico dell’informazione: non sei tu che scegli ma sono loro a scegliere per te e da un momento all’altro Mark Zuckerberg può decidere che, per dire, Sallusti scompaia da qualsiasi motore di ricerca. E nessuno direbbe niente.

Si può, comunque, contrastare questo monopolio dell’informazione? Ormai è troppo tardi. Ci hanno fatto credere che internet fosse il luogo della libertà, e tutti noi ci siamo cascati; ci hanno dato tutte le comodità. Ma allo stesso tempo, e prendo ad esempio il colloquio che ho avuto con l’Amminstratore Delegato di Amazon Francia, le grandi aziende fanno il proprio business sui nostri dati e sulla nostra identità: “io vendo te a chi mi va di venderti, e che sia un partito o un’azienda poco importa”. Ci stiamo consegnando mani e piedi a un monopolio planetario; pensiamo che tutto questo sia una cosa fantastica, senza accorgerci che stiamo perdendo la nostra libertà. Che è gravissimo.

Alessandro soldà

Alessandro Soldà
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È nato a Valdagno (Vicenza) nel 1996; dopo la maturità classica al liceo Pigafetta di Vicenza, studia ora Filosofia all’Università degli studi di Trento. Si occupa di filosofia, politica e società.