Il calcio italiano non sa più produrre talenti

E allora che si riparta, ma questa volta dagli investimenti, dalle giovanili e dagli stadi. Che si riparta soprattutto da una cultura calcistica del tutto differente, fatta di valori condivisi e bandiere, piuttosto che di business e marketing

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Il calcio italiano non sa più produrre talenti. Sembra una frase fatta, ma non lo è. A dirlo, oltre che la mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali del 2018 in Russia, sono le ultime partite di una nazionale irriconoscibile: specchio di un sistema calcistico non più in grado di reggere il confronto con il calcio internazionale.

Certo, oggi c’è chi si scaglia contro il commissario tecnico Ventura, così come chi contro la Federazione, ma se il vero problema risiedesse nel sistema calcistico italiano? D’altronde basta osservare i vivai delle squadre di calcio italiane – seconda serie inclusa – per rendersi conto che, da un paio di anni a questa parte, queste non investono più sui giovani talenti nostrani. I dati, in questo senso, parlano chiaro e sono impietosi: mentre in Spagna i grandi club destinano almeno il 10 % del loro fatturato alle giovanili, in Italia i grandi club arrivano a stento ai dieci milioni. Una colpa questa non certo attribuibile a Ventura, il quale, nella sua parte di colpa, si è ritrovato spesso a dover scegliere quali giocatori schierare attingendo anche e soprattutto da un torneo, come quello della Serie A, che ad oggi mette in campo il 56% di stranieri senza una chiara e precisa regolamentazione.

Ma d’altronde è dal 2006 che l’Italia, così come il calcio italiano, non fa sognare. Ci provò agli europei, quando fu eliminata dalla Spagna, ma il sogno durò poco e sia in Sudafrica che in Brasile l’eliminazione costò cara a qualcuno. Conte, in seguito, ci diede l’illusione di una nazionale competitiva e ancora in grado di giocarsela (giusto il tempo di arrivare ai quarti di finale con la Germania dopo il 2 a 0 sulla Spagna agli Europei), ma anche in quel caso non ci fu nulla da fare. Pochi esclusi.

Consumata la generazione degli “eroi di Berlino”, siamo andati avanti ancorandoci ai pochi senatori rimasti in azzurro, forse pensando – erroneamente – potessero reggere lo scorrere inesorabile del tempo: senza alcun ricambio degno di nota e privi di giocatori di grande talento. Un’illusione bella e buona, utile giusto il tempo di farci aprire gli occhi sulla desolante realtà nostrana una volta per tutte. Finita l’era dei Totti, dei Del Piero, dei Pirlo, dei Cannavaro e dei Buffon, il movimento calcistico italiano dovrà ora capire come colmare, negli anni a venire, il gap con le potenze calcistiche internazionali. D’altronde non sarebbe bastato un solo – leggendario – Buffon per vincere i mondiali l’anno prossimo, nemmeno se l’avessimo clonato. Oggi il calcio italiano va rifondato alle radici e questo è giusto che la FIGC lo inizi a capire una volta per tutte.

Soprattutto perché una nazionale del nostro calibro non può accontentarsi di una qualificazione. Ma anche perché la nostra Serie A, una volta ritenuta al di sopra di ogni altra serie, non può continuare a “competere” solo quando a gareggiare nelle competizioni che contano c’è la Juventus (quest’ultima da sempre la squadra dal quale la nazionale attinge il maggior numero di giocatori in rosa).

E allora che si riparta, ma questa volta dagli investimenti, dalle giovanili e dagli stadi. Che si riparta soprattutto da una cultura calcistica del tutto differente, fatta di valori condivisi e bandiere, piuttosto che di business e marketing. Prima si capisce questo, prima il nostro calcio ne riguadagnerà in termini di status collettivo e sociale, oltre che di ranking.

Ma la vera disfatta stasera è negli occhi vuoti di Gian Piero Ventura, così come in quelli bagnati di lacrime di Gigi Buffon. E’ nei fischi increduli dei 75 mila sostenitori di San Siro. Perché, strano ma vero, siamo fuori dal Mondiale come soltanto una volta, sessant’anni fa, è capitato nella nostra storia. E a questo, almeno per stasera, non c’è soluzione.

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