CasaPound bloccata sui social. Facebook risponde: “Non ammettiamo i discorsi di incitazione all’odio”

Non sono mancate, nei giorni scorsi, polemiche tra esponenti della destra italiana e Facebook. Basti pensare all’oscurazione di pagine come quella di Rachele Mussolini e Caio Giulio Cesare Mussolini, rei la prima di aver pubblicato foto – in borghese – del nonno in occasione del compleanno e l’altro di portare esclusivamente lo scomodo cognome.

Ancor più aspre sono state le accuse che CasaPound ha scagliato verso il social network, definendolo dichiaratamente di sinistra e quindi non politicamente indipendente come ci si dovrebbe aspettare. La risposta che lo staff di Facebook Italia ha rilasciato apre però nuovi scenari. “Non ammettiamo i discorsi di incitazione all’odio come un attacco diretto alle persone sulla base di aspetti tutelati a norma di legge, quali razza, etnia, nazionalità di origine, religione, orientamento sessuale, casta, sesso, genere o identità di genere e disabilità o malattie gravi. Forniamo anche misure di protezione per lo status di immigrato”.

Per prima cosa, chi stabilisce cosa sia “incitamento all’odio” e cosa sia “campagna elettorale”? CasaPound ha fatto degli attacchi alle persone su base razziale o piuttosto ha segnalato una situazione di totale illegalità? Perché nel secondo caso Facebook dovrebbe difendere gli stessi uomini di Di Stefano, visto che è tanto attenta a rispettare le leggi e visto che i rom di Torre Maura non rispecchiano lo status di immigrato che Facebook vorrebbe proteggere.

Ma al di là del giudizio che si può avere su CasaPound, quel che deve preoccupare è che Facebook si prenda la libertà di decidere chi è da difendere e chi no, senza inserire dei parametri effettivi. Stando al messaggio inviato in risposta, ad esempio, non dovrebbe esistere la pagina di Charlie Hebdo, visto che si tratta di insulti continui ad altre etnie, religioni e nazionalità.

Che ci sia un controllo, in un mondo dove 7 miliardi di persone hanno – più o meno – tutte libertà di parola, è inevitabile. L’interrogativo da farsi, prima che si ritorni al 1984 di Orwell, rimane uno solo: chi controlla il controllore?