C’erano una volta un animale sociale e un viaggio d’istruzione

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Agostino d’Ippona diceva che “il mondo è un libro e, chi non viaggia, ne legge solo una pagina”. Poco importa agli adolescenti di oggi, soprattutto se i compagni di viaggio coincidono con i compagni di banco. Un recente sondaggio di Skuola.net ha rilevato che, quest’anno, quasi uno studente su dieci ha deciso di non partire e uno su tre di questi ha rinunciato perché non vuole stare con i compagni di classe.

Se qualche anno fa i motivi economici superavano quelli relazionali, oggi “solo” il 28% degli studenti italiani non partecipa ai viaggi d’istruzione a causa delle condizioni economiche della famiglia. Alcune teorie associano una degradazione della capacità di relazionarsi nel mondo reale al sempre maggiore tempo speso sui social. Il filosofo e sociologo francese Baudrillard, ad esempio, sosteneva che l’uomo è un essere sociale, ma sempre più solo, prigioniero del virtuale come una mosca. Nella postmodernità, l’individuo fugge dal deserto del reale affidandosi alle esperienze iperreali più intense e più vivaci concesse dalla tecnologia.

Letteratura, filosofia e sociologia pullulano di esempi volti a rappresentare l’uomo come un essere incline naturalmente a costituirsi in società “più di ogni ape e di ogni animale da gregge”. Animale sociale per Aristotele, un essere nato per proteggere e conservare gli uomini secondo Cicerone, un individuo ispirato dalla sympathy nei confronti dei propri simili per Smith, un essere “umano” solo in società secondo Durkheim.

Eppure le cosiddette “abilità sociali” non sono innate, bensì frutto di un percorso educativo che parte dall’infanzia. Tale processo viene spesso ostacolato da alcuni fattori: in primis, l’assenza di modelli positivi, che impedisce al bambino di capire come relazionarsi con gli altri adattandosi ai diversi contesti. Poi l’assenza di rinforzi, la quale spinge l’adulto a premiare e incoraggiare i comportamenti positivi nella costruzione delle abilità sociali, tuttavia, in una cultura basata sull’imperativo del “non parlare agli sconosciuti”, spesso si inculca ai bambini il timore di rivolgersi spontaneamente agli altri.

Conseguenza degli ostacoli sopracitati è la fobia sociale, “un disturbo psicologico in cui si sperimenta una intensa paura nell’affrontare situazioni in cui si può essere esposti al giudizio degli altri, per il timore di apparire ai loro occhi imbarazzati, incapaci, ridicoli ed inopportuni”. Nel gruppo di adolescenti si verificano predominanze e soccombenze, ma chi viene preso di mira non è necessariamente “il più debole”; è semplicemente il più solo. Gli atti di bullismo sono tra le prime cause di rinuncia al viaggio d’istruzione, il quale accentuerebbe l’isolamento della vittima e la ferocia del branco.

La questione, paradossalmente, è social, nel senso che sono proprio i social network ad aver cambiato le pratiche di interazione sociale. Giuseppe Riva afferma che  le nuove tecnologie ci danno maggiori possibilità di partecipare alla vita sociale, ma non è detto che questa partecipazione sia poi effettiva. I social, permettendo di superare le inibizioni derivanti dall’approccio reale,  danno vita ad un’interazione mediata e schermata dal device.

Il pericolo è che si sostituisca la vita reale con quella virtuale, la quale spesso sottrae tempo e potrebbe peggiorare la qualità dei rapporti reali. In una situazione pressoché simile, il preside della Scuola di Hogwarts avrebbe detto:”Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”: la sicurezza del rifugio online è solo un fuoco di paglia.

di Antonella Gioia

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