Berlino fu conquistata dai russi. Era il 1945, e l’assedio durò a malapena due settimane e mezzo; il 2 maggio, la capitale tedesca si arrese all’armata sovietica decretando, con il cessate il fuoco dello Stato Maggiore nazista, l’arresa della Wehrmacht e la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, in Europa – sebbene la pace definitiva sarebbe stata firmata soltanto quattro mesi più tardi con la capitolazione dell’Impero giapponese dopo le stragi di Hiroshima e Nagasaki. Celeberrima la foto scattata da Evgenij Chaldej: un soldato sovietico che sventola sul tetto del Reichstag la bandiera dell’Urss.

Eppure del 9 maggio, che viene a Mosca ricordato come il Giorno della Vittoria, nel liberale e democratico occidente non se ne parla, e anzi la maggior parte degli europei, secondo un sondaggio condotto da Icm research per il sito internet Sputnik News, reputa che a vincere per davvero il conflitto, e, perché no, a conquistare Berlino siano stati gli Alleati: o meglio, gli statunitensi. Non fu così: perché se da un lato le armate occidentali assestarono un duro colpo all’esercito tedesco in Francia, sbarcando in Normandia, in Africa del Nord e in Italia (e nell’Oceano Pacifico), il lavoro sporco lo fece soprattutto l’Unione Sovietica che, dopo la Battaglia di Stalingrado, iniziò a martellare compulsivamente i plotoni e i reggimenti della Wehrmacht, liberando, per così dire, la Polonia, i Paesi dell’Est e la Germania orientale compresa la città di Berlino. Le truppe di Washington e di Londra vi giunsero poco dopo, ma in ogni caso in ritardo. Fu una delle poche volte in cui l’Occidente non riuscì a completare l’esportazione della democrazia; ci pensarono i Russi. Eppure nell’Europa occidentale il ricordo che furono gli Alleati a vincere toto coelo è prepotentemente diffuso. Si potrebbe avanzare un’ipotesi: propaganda. Al termine del conflitto, infatti, l’arrivo della Guerra Fredda non fece altro che accumulare tensione tra i due blocchi che si vennero a formare in seguito alla spartizione della Terra, ma più specificamente dell’Europa tra l’Unione Sovietica e gli Alleati, vale a dire la Nato e il Patto di Varsavia; se è vero il detto per cui il nemico del mio nemico è mio amico, dopo il ’45, in cui fu eliminato il nemico comune, i due nemici divennero tali reciprocamente. E nel periodo che durò fino alla dissoluzione dell’Urss, cioè fino alla fine degli anni Ottanta ed inizio dei Novanta, i due blocchi, contrapposti, si scontrarono non solo sul piano militare – indirettamente – (ad esempio la Guerra di Corea o del Vietnam, altro successone per i Nostri), ma soprattutto su quello culturale e sociale. Di esempi ve ne sono in quantità industriali; l’influenza americana in Italia si è sentita particolarmente sullo stile di vita o sui prodotti. Complice, pure, il Piano Marshall. Ma lasciando i giudizi e le analisi del caso ai sociologi e agli storici, e ritornando a parlare della propaganda, è naturale che la nazione o l’alleanza vincitrice nei Paesi liberati si occupi di propagandare ed esaltare le proprie azioni piuttosto che degli altri comprimari. L’onestà intellettuale non è dei politici, né dei militari (e neppure, spesso, degli stessi intellettuali) D’altronde, la Storia la scrivono i vincitori. O i dominatori. E i dominati, finché non si emanciperanno con lo studio, non possono far altro che ingurgitare ciò che è stato edulcorato apposta per loro.

Alessandro Soldà