Ci mancava solo l’appello degli “intellettualisti” per salvare l’Europa dai populisti

Che l’elezione del neo-presidente a stelle e strisce avesse intimorito il mondo ne eravamo a conoscenza ormai da giorni, ma che – addirittura – si fosse mossa “l’élite” della cultura mondiale ed europea, in un disperato appello per salvare l’Europa dall’avanzata dei populismi e dei nazionalismi, ci è del tutto nuovo.

È notizia appena battuta infatti quella riguardante la mobilitazione di numerosi uomini d’arte, “intellettualisti” e politici, nella creazione di una piattaforma on-line in grado di far emergere le voci dei cittadini europei e così impedire le “derive” nazionaliste. Come se ne avessimo davvero bisogno, sembrano chiedersi alcuni sotto ai post relativi alla notizia. Effettivamente anche ai più scettici sarà sfuggito un sorrisetto nel leggere la notizia sulle prime pagine di “Repubblica”, questa mattina.

Già, perché – a quanto pare – non bastava il mobilitarsi degli intellettualisti contro il suffragio universale a poche ore dall’elezione di Trump, poche settimane fa: ora bisogna andare contro il concetto di democrazia nella sua totalità. D’altronde “chi vota male è un ignorante”: una vera e propria censura culturale a 360 gradi.

Ma forse i promotori dell’appello – tra questi Sandro Gozzi, Guillaime Klossa, Daniel Cohn-Bendit, Felipe Gonzalez, Roberti Menasse, David van Reybrouck, Guy Verhofstadt, Wim Wenders e Roberto Saviano (magari quest’ultimo, dopo Gomorra e la lotta contro le mafie, proporrà una nuova serie, questa volta contro i populismi) – ignorano che “l’avanzare dei populismi e dei nazionalismi”, così come avvenuto con la Brexit prima e l’elezione di Trump poi, sono, a tutti gli effetti, democratici. Altrettanto difficile da spiegare a chi è abituato a governi auto-eletti, come nel caso nostrano; un concetto che invece resta sconosciuto in paesi veramente democratici, proprio come gli Stati Uniti d’America.

Tuttavia “occorre agire”, affermano oggi i sostenitori della globalizzazione sconsiderata e dell’annientamento dei confini, in quanto l’elezione di Trump e il prevalere della Brexit porterebbero gli europei a “galvanizzare i populisti del vecchio continente, in vista degli appuntamenti elettorali o degli importanti referendum che si terranno nei prossimi mesi in Austria, Italia, Paesi Bassi, Francia e Germania. I partiti moderati sono minacciati”.

Un problema serio, secondo gli “intellettualisti” del “pensiero unico”, che porterebbe al crollo dell’unione così come la conosciamo. Una lezione che ci farebbe capire quanto “la marginalizzazione dei nostri interessi e dei nostri valori in un mondo in cui presto non rappresenteremo più del 5% della popolazione (e dove nessuno Stato europeo farà più parte del G7)” porterebbe ad effetti disastrosi per la nostra sicurezza, nella minaccia alle frontiere così come dei nostri interessi economici e commerciali.

Peccato che tutto ciò vada a scontrarsi – in antitesi – con i dati sulla nostra economia, frenata nell’esportazione del “made in Italy” ad esempio, proprio da Bruxelles e dalle imposizioni di matrice tedesca con potenze quali la Russia (danno che, per via dell’embargo, ci ha fatto perdere la bellezza di 7,5 miliardi di euro in due anni) e che ora, proprio grazie a Trump potrebbe cambiare. Tesi questa prodotta da numerosi studiosi e cultori della materia economica e politologa – forse non propriamente intellettuali secondo i promotori dell’appello – in grado di analizzare, proprio su effetto della Brexit, quanto i dati sulla ripresa economica e commerciale del Regno Unito (a mesi dal referendum) siano oggi estremamente positivi. Peccato che i media di turno non ne parlino.

A parlare, nel sopravvento del terrorismo mediatico che ogni giorno appare sulle prime pagine di tutti i giornali allineati, è la paura che questi movimenti populisti e nazionalisti possano incrementare la loro forza, sulla scia di muri e barriere in stile “muro di Berlino”. L’isolazionismo e la disgregazione dell’Europa del libero scambio così come del libero movimento divengono d’attualità fra i “millenials” o le generazioni erasmus, sorte con l’espandersi di questi ideali e che oggi faticano nel considerare, così com’era stato per i loro padri, un mondo chiuso e basato sui nazionalismi.

C’è da ricordare che, così come nel caso della Brexit, lo stesso mondo non è terminato e il Regno Unito è ancora lì, facilmente raggiungibile (anche se non proprio negli stessi termini di prima, se gli effetti dell’uscita entreranno in vigore). Così come lo stesso non è terminato dopo le elezioni di Trump, anche se molte delle cose annunciate dal neo-presidente cambieranno le logiche del mondo così come lo conosciamo.

Forse il vero problema, è che da troppo tempo siamo abituati a vivere e vedere il mondo attraverso un’ottica transatlantica. Magari, per una volta, non farebbe male vederlo attraverso gli occhi di casa propria: sovranità nazionale inclusa. E smettiamola di dire che l’unione europea è indispensabile: utile, certo, ma non certo imprescindibile. Forse anche di questo, gli “intellettualisti” dovrebbero interessarsi. La voce dei popoli, dopotutto, non è solo europea.

di Giuseppe Papalia

[Photocredit: giornalettismo.com]

Informazioni su Giuseppe Papalia 162 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.