Dopo quattro anni di lotte in tribunale, viene reintegrato il ferroviere-ciclista

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Il difensore del ferroviere nel suo studio accanto alla scultura di Gandalf

La Corte d’Appello di Trento presieduta dal dr. Fabio Maione, dopo un estenuante iter giudiziario durato circa 4 anni (il licenziamento è infatti avvenuto nel giugno del 2014), ha finalmente portato alla luce quanto accaduto a un dipendente della Rete Ferroviaria Italiana accusato di simulazione di infortunio.

Accertata la verità storica e processuale, con una memorabile sentenza ha rovesciato le due precedenti pronunce del Tribunale di Trento, reintegrando il lavoratore (con ricostituzione de iure del rapporto di lavoro) illegittimamente licenziato dalla Rete Ferroviaria Italiana con l’accusa di aver simulato un infortunio nel lontano 07 aprile 2011 partecipando, in costanza di infortunio, a due gare ciclistiche: una è la Gran fondo Liotto-Città di Valdagno, a cui avrebbe partecipato dopo tre giorni dall’infortunio, e l’altra è la “Fi:ZI:k”, a cui invece avrebbe partecipato dopo tre settimane.

In realtà è stato comprovato nel corso del processo che l’operaio delle ferrovie aveva effettivamente subito durante il lavoro la frattura di una falange dell’avampiede destro e dunque non era nelle condizioni fisiche di poter partecipare ad alcuna gara tre giorni dopo l’infortunio nonostante risultasse dalle classifiche della Gran fondo Liotto-Città di Valdagno avervi partecipato: ma questo solo perché aveva, malauguratamente, prestato il suo microchip di gara ad un compagno di squadra al fine di non perdere punteggio e il pacco gara. Allo stesso modo, sempre nel corso dei vari gradi del processo, veniva dimostrato mediante consulenze medico-legali di parte e d’ufficio che la gara amatoriale percorsa, tre settimane dopo l’infortunio, piuttosto che comprometterne o ritardarne la guarigione l’aveva invece agevolata.

L’azienda – sottolinea il difensore avvocato Stefano Pietro Galli – in questi lunghi anni, si è tanto ingiustificatamente quanto ottusamente intestardita, nonostante la palmare evidenza dell’equivoco, perseverando nell’illegittima ed intransigente posizione di totale chiusura nei confronti del lavoratore licenziato dopo una vita trascorsa a servizio delle Ferrovie dello Stato come un tempo venivano chiamate. A nulla sono valsi gli elementi oggettivi offerti dalla difesa per dissuadere la società R.F.I. dal persistere, ingenerosamente, nella volontà di voler punire con la massima sanzione possibile un ferroviere che in ben 38 anni di servizio non era mai andato in infortunio e mai aveva ricevuto segnalazioni o sanzioni disciplinari da parte dell’azienda”.

Purtroppo – osserva ancora l’avv. Galli – il licenziamento è oggi, “grazie” alla sventurata legge Fornero, uno strumento di agevole utilizzo da parte del datore di lavoro in quanto ottenibile con la semplice sussistenza del fatto materiale anche se di lieve rilevanza giuridica; infatti la norma prevede, laddove la sanzione del licenziamento, all’esito del giudizio, è risultata sproporzionata, non già la reintegra nel posto di lavoro ma solo un indennizzoIl lavoratore per poter ottenere la reintegra nel posto di lavoro ha pertanto l’arduo compito di dover provare che il fatto materiale contestato “non sussiste” o che “non è giuridicamente rilevante” altrimenti non può ottenere la reintegrazione .E’ dunque evidente che uno strumento siffatto nella mani di datori di lavoro, spesso“illuministi”ma certo assai poco illuminati, vanifica le conquiste ottenute per la tutela dei diritti dei lavoratori sacrificando quello fondamentale: il diritto al posto di lavoro! Lavoratori che, oggi, privati di ogni tutela debbono abbassare lo sguardo e la testa, accettando ogni tipo di sopruso e prevaricazione pur di sopravvivere, tramutandosi di fatto in servi o peggio in nuovi schiavi! Il tutto nel silenzio dei sindacati e di quei partiti o movimenti vocati, almeno teoricamente, alla difesa dei lavoratori e che invece non hanno mostrato alcuna sensibilità e coraggio nella tutela dei loro diritti accettando supinamente la legge Fornero. Quel coraggio e quella sensibilità, che, fortunatamente, i magistrati della Corte d’Appello di Trento hanno dimostrato di possedere..