Enrico Letta: “un Paese vive con e grazie alle élite”

Da sinistra, Sofia Ventura, Tonia Mastrobuoni ed Enrico Letta alla Biblioteca Comunale di Trento

Tra gli innumerevoli incontri di quest’ultima edizione della kermesse trentina, non è mancato l’intervento dell’ex presidente del consiglio Enrico Letta, che ha presentato il suo ultimo libro, “Ho imparato” edito dal Mulino, nella giornata di oggi, verso mezzogiorno, in una Biblioteca Comunale gremita di uomini e donne, giovani e anziani. Ad affiancarlo in questa presentazione, la giornalista Tonia Mastrobuoni di Repubblica e la politologa Sofia Ventura, editorialista per il Corriere della Sera e per il settimanale L’Espresso.

Le idee che sono uscite al termine di questo dibattito non brillano di certo per la loro eterogeneità, anzi c’è una pressoché unanimità di pensiero sui problemi che la politica sta soffrendo in questo lungo periodo di crisi, a cominciare dall’autoreferenzialità e dalla lontananza delle élite rispetto al popolo; i giovani, poi, non aiutano: si allontanano sempre di più in Italia dall’agone politico, in controtendenza rispetto ad altri Paesi come la Germania, e ad aggravare questo punto entra in gioco, sempre secondo Enrico Letta, la forte disuguaglianza tra le giovani generazioni, tra chi può permettersi di andare all’estero per un Erasmus o un periodo all’estero più o meno lungo (possibilità, innegabile, solo per chi è nato in famiglie agiate o benestanti) e a chi invece ciò è precluso.

Ritornando al discorso dell’élite, Letta come le altre due relatrici ci tengono a precisare quanto sia vitale la loro presenza per l’esistenza della democrazia, non può vincere solo l’entusiasmo o la retorica anti-elitaria e populista piuttosto che il richiamo all’onestà, questa è la loro tesi, ma dev’entrare in gioco anche la competenza che in quanto tale è ad appannaggio di un gruppo ristretto. L’élite, per l’appunto. Non è un discorso piacevole, e i tre relatori se ne rendono conto, ma è necessario proprio perché non è possibile immaginarsi una politica in cui la competenza tecnica, oltre ad una chiara visione del mondo, è totalmente assente.

Ed è per questo che l’ex Presidente del Consiglio, non appena ha rimesso l’incarico al Capo dello Stato, si è dato da fare in tal senso, iniziando ad insegnare in Francia e creando una Scuola di Politiche con cui formare i giovani, cioè la futura classe dirigente, a titolo gratuito grazie alle borse di studio di finanziatori privati, ma cercando inoltre di proporre un finanziamento più corposo al programma Erasmus, estendendolo, perché no, anche ai sedicenni. In questo modo, Letta ne è convinto, si possono distruggere o quanto meno appianare le disuguaglianze oggi presenti; non è giusto, prosegue, vedere come “solo trenta massimo quarantamila giovani su diciotto milioni che oggi studiano abbiano la possibilità di studiare e viaggiare fuori dall’Italia”. È questo il punto nevralgico della sfiducia dei ragazzi verso le istituzioni e la crescente chiusura mentale nei confronti dello straniero; se viaggiassero tutti, questo scenario cambierebbe totalmente.

Non risparmia critiche nemmeno nei confronti del Partito Democratico, incapace di intercettare i voti dei giovani cosa che invece è riuscita benissimo agli ecologisti. Due sono i problemi che si presentano: la totale mancanza della capacità di optare verso linee più radicali per riprendersi l’elettorato di sinistra e centrista e la conseguente credibilità. Elementi che hanno portato gli elettori a scegliere qualcuno come Matteo Salvini, che non solo è capacissimo di comunicare e di parlare di temi interessanti per il popolo, ma anche è espressione concreta e “autentica” degli italiani.

Non è falso, ma è “in linea con il nostro tempo”. Lui, e quindi la Lega, è riuscito a rimanere al passo coi tempi; il PD, invece, no: si è chiuso in se stesso e ha commesso il grave errore delle élite oggi contemporanee, cioè cadere nell’autoreferenzialità e nel disprezzo verso l’altro che non lo vota per preferire altri lidi. Un altro motivo che interessa la disfatta dell’intera classe politica italiana è l’assenza di una leadership al femminile: i capi dei partiti sono tutti uomini. La colpa, così sembra, è la diffusissima misoginia, ancora ben radicata a tutti livelli politici e sociali. E il nepotismo.

La presentazione del libro, che più che altro pareva non un comizio politico bensì uno sfogo personale (frequenti sono stati i suoi “sarò franco” o “ora posso parlare liberamente”), si conclude con un elogio appassionato verso l’Europa, o meglio l’Unione Europea: è solo grazie a questa istituzione che ci sono state serie politiche ambientali; ed è sempre solo grazie all’UE che è possibile proteggere al meglio i nostri dati sia dall’accesso senza freni delle aziende e delle agenzie di marketing (come succede invece negli Stati Uniti) sia dall’abuso del governo (si veda, invece, la Cina).

Se la Brexit è per Enrico Letta un suicidio, perché vedrà Londra sempre più in difficoltà, non lo è invece una maggiore integrazione europea, che anzi si auspica che avvenga nel breve periodo: lasciando intendere che l’unico argine per difendere appieno l’indipendenza italiana dagli interessi di Washington o di Pechino non sia una riappropriazione, come si potrebbe pensare, della sovranità nazionale, ma di un’unità sempre più forte e stringente a livello continentale, finisce il suo intervento, tra gli applausi scroscianti del pubblico, dicendo “io non voglio che i miei figli crescano come coloni americani o cinesi, ma come italiani ed europei”.

Alessandro Soldà

Alessandro Soldà
Informazioni su Alessandro Soldà 44 Articoli
È nato a Valdagno (Vicenza) nel 1996; dopo la maturità classica al liceo Pigafetta di Vicenza, studia ora Filosofia all’Università degli studi di Trento. Si occupa di filosofia, politica e società.