I social media sono l’”oppio dei popoli” del XXI secolo?

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Dire che i social media sono il nuovo oppio dei popoli sembrerebbe enunciare una verità ovvia e quasi scontata: serie televisive come Black Mirror ci hanno mostrato il “lato oscuro” di un mondo digitale che si è ormai quasi del tutto fuso col mondo delle cose concrete e reali.

Un esempio “tecnico” potrebbe essere la connettività sempre più stretta generatasi fra strumenti di vario tipo (ad esempio fra smartphone e automobili), ma volendo parlare delle persone e del loro modo di approcciarsi alla realtà, è impossibile non tacere dei tanti cambiamenti che i social media hanno impresso su di esse.

Dal 2006 circa, il mondo dei social media è letteralmente esploso, diventando luogo d’incontro di generazioni che spesso non hanno saputo approcciarsi bene con i nuovi mezzi a disposizione. Qualunque utente potrebbe raccontare di gaffe più o meno innocue dovute a missclicking o misunderstanding, ma purtroppo si contano anche casi di cyberbullismo o di persecuzioni nate su internet.

Ecco un qualcosa che non bisogna mai dimenticare: il mondo dei social media è certamente intangibile, ma questi hanno fatto sì che la virtualità abbia integrato la realtà e che lo spazio e il tempo virtuali non siano più legati fra di loro quando si condivide o twitta qualcosa.

comportamenti comunicativi offline sono entrati nei mezzi online e ne hanno cambiato la forma: i social media non sono un mondo a sé stante, ma espressione della vita reale.

Eccoci al secondo paragone irriverente fra social media e mondo della cultura: Marxalienazione e social. Forse è impossibile determinare come il filosofo tedesco si sarebbe rapportato con un mondo in cui il numero di legami è inversamente proporzionato all’effettività degli stessi, poiché egli era tutto teso alla trasformazione concreta del mondo tramite la filosofia.

I social media non avevano certo posto nella “guerra senza quartiere” di Marx contro Kant o Hegel: Marx considerava l’alienazione come il risultato del possesso privato, da parte dei datori di lavoro, dei mezzi di produzione, sfruttati da dei lavoratori che non godevano del frutto del proprio lavoro liberocreativo.

L’alienazione era raggiunta anche con la religione. Celeberrima la frase “la religione è l’oppio dei popoli“, sovente adoperata da molti senza reale senso critico. Marx sosteneva che le fondamenta del fenomeno religioso non vanno cercate nell’”Uomo” in astratto, ma in un tipo storico di società.

Chi produce la religione non è un soggetto astratto, ma un individuo che è prodotto sociale. E se la società è figlia sciancata e degenere della proprietà privata dei mezzi produttivi, si capirà che posporre la giustizia sociale in cielo e non nel mondo significa degradare ancor di più l’uomo.

Una concatenazione logica non totalmente applicabile al mondo odierno: se oggi non si ragiona più secondo mezzi di produzione ma secondo politiche economiche o alta finanza, appare però chiaro che l’utilizzo dei social media da parte degli utenti rispecchia determinate condizioni a monte.

Molto spesso è meglio l’apparire che l’essereoffendere che ribatterenascondersi che mostrarsi. I social media sono una zona franca, dove le barriere del buonsenso sono divelte a favore della protezione garantita dall’anonimato (o presunto tale).

É possibile quindi parlare di “alienazione” causata dai social media? Fintanto che una persona riterrà “giusto” delegare la soddisfazione delle proprie aspirazioni od opinioni ad un mezzo aleatorio, vuol dire che è stata educata a considerare valide l’apparenza, la menzogna e la vigliaccheria.

Vero è che (quasi) nessuno pensa più di rovesciare la società di classe e di abbattere le strutture sociali che essa costruisce, come teorizzava Marx: basta però dare un’occhiata ad un profilo dei social media per rendersi conto che c’è sempre (quasi) poca democraticità ed è più classista di quanto si creda.

Pasquale Narciso