Il fine del giornalismo dovrebbe essere quello di narrare i fatti che accadono nel mondo, attraverso gli articoli di cronaca e quelli di opinione che offrirebbero al lettore un’interpretazione delle vicende o delle decisioni politiche se non oggettiva o imparziale, almeno obiettiva; ma il condizionale è d’obbligo: il giornalista porrà sempre in evidenza un particolare piuttosto che un altro, e l’accento della narrazione ricardà solo su un lato specifico. E’ naturale. Ma la prima causa di questo fenomeno non è la malizia o la cattiva fede: chi scrive è prima di tutto un uomo, e come tale possiede una sua sensibilità ed una sua visione del mondo; si può dire che è orientato fisiologicamente, sia per costituzione personale sia per l’istruzione e l’educazione ricevuta sia per il contesto sociale e culturale in cui è cresciuto.

Il problema, quindi, insorge nel momento in cui alla notizia si vuole contrapporre una spiccata e decisa presa di posizione politica. Quando la realtà viene distorta dal giornale di destra o di sinistra, europeista o sovranista, moderato o populista in funzione delle proprie idee. E l’obiettività cede il passo alla propaganda. A questo proposito torna in mente la celebre scena del film Sbatti il mostro in prima pagina (uscito nel 1972), con Gian Maria Volonté: il titolo e l’occhiello di un articolo riguardante il disperato gesto di un operaio disoccupato calabrese, padre di cinque figli, sono modificati dal redattore capo del quotidiano (lo stesso Volonté) di concerto con il cronista che quell’articolo l’ha scritto; non tanto per un impeto di denuncia sociale – a cui il giornalismo dovrebbe ispirarsi – piuttosto quasi per edulcorare la vicenda, degradandola con finto pietismo e falsa commiserazione a tragica quotidianità. Il motivo: il lettore, sul giornale, deve trovare una parola equilibrata e serena; non bisogna sobbarcarlo di drammi che non sono i suoi. La vita è già frenetica di per sé, senza che ci si siano articoli sul quotidiano grevi e drammatici a renderla ancora più insopportabile.

Cambiano i tempi, ma non i problemi. Ad oggi la situazione è radicalente diversa, i titoli sensazionalistici si sprecano e prorompe la ferocia esplicita degli orientamenti politici dei giornali; i giornalisti danno in pasto ai lettori ciò che questi ultimi vogliono, non la verità dei fatti: regnano sovrani i pregiudizi, mentre muoiono le definizioni presenti sui dizionari e sulle enciclopedie e in questo gioco al massacro della lingua e del linguaggio avanza con incedere sicuro lo scontro sociale. Perché sui giornali, ma in particolare nei titoli, si è aperta un’implacabile caccia all’uomo, o meglio al nemico, che nelle diverse declinazioni assume di volta in volta le sembianze di un immigrato o di un fascista. (Senza che ce ne siano anzi i presupposti). E non c’è via di scampo: nessuno sfugge a questa generalizzazione.

La stampa ha un potere immenso: con le giuste parole riesce a portare acqua al proprio mulino, le coscienze sono magicamente orientate al cieco fanatismo dogmatico. Ciò che il giornale scrive è legge. I lettori sono polarizzati. I quali, molto spesso, si soffermano al titolo e ricavano da lì le poche informazioni che ritengono necessarie ed utili senza leggere l’articolo, che spesso e volentieri entra più nel dettaglio dipanando la matassa ancora imbrogliata che si scorge nell’intestazione, senza verificare se la titolazione – alla fine – corrisponda al vero; e senza, pure, confrontare diversi quotidiani sulla stessa vicenda.

La deriva, per così dire, commerciale della stampa è il chiaro sintomo di come si sia perduta e corrotta la vocazione originaria del giornalismo sottomettendolo ad un tempo alle logiche di profitto e alla radicalizzazione delle proprie linee editoriali; e la colpa, spiace dirlo, è anche dei lettori: perché non hanno chiesto a gran voce serietà, avallando invece una politica mediatica più diretta, immediata ma al contempo più emotiva, rinnegando i valori e i pilastri del giornalismo accennati all’inizio. Un circolo vizioso. E come si può spezzare? Non è semplice rispondere a questa domanda: presupporrebbe un cambiamento di mentalità, abbandonare una visione della vita e della società assolutista, uscire da schemi già impostati e al contempo richiedere il medesimo sforzo ai giornali su cui si è soliti informarsi.

Perché, parafrasando Indro Montanelli, è il lettore il padrone del giornalista. Se non pretende qualità e onestà intellettuale, molto difficilmente la potrà ottenere; e al contrario, l’uno e l’altro diventano molto più malleabili e plasmabili a seconda delle esigenze, del momento, delle sensazioni, lasciando perdere tutto il resto: il populismo, nella peggiore delle sue interpretazioni, il “parlare alla pancia” è un problema endemico dei giornali, prima che della politica. Ci sono giornali che puntano all’obiettività e alla serietà. Sono, però, pochi. Ma se è un bene la presenza di queste mosche bianche, per converso la grande stampa – soprattutto italiana – ha perduto quello smalto che prima pareva essere granitico, finendo per rintuzzare gli istinti più ferali dei lettori e rifiutando un percorso di crescita condiviso che, sicuramente, avrebbe portato ad un giornalismo con ancora più qualità. E a cittadini decisamente più informati.

 

Alessandro Soldà