Piero Messina e Maurizio Zoppi, i giornalisti dell’Espresso autori dell’articolo riguardo la presunta intercettazione tra il governatore della Sicilia Rosario Crocetta e il suo ex-medico Tutino, ora agli arresti domiciliari per truffa, sono stati inseriti nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo, entrambi per pubblicazione di notizie false e il solo Messina per calunnia.

Nell’intercettazione, il Tutino sembra essere colpevole di essere uscito con una pessima frase, riguardo l’assessore Borsellino che “dovrebbe saltare in aria come il padre”, riferendosi ovviamente a Paolo Borsellino e all’attentato fatale del 1992, sono stati.

La risposta di Crocetta si è fatta attendere. Molto. Infatti non ha risposto a questa frase. Un uomo messo alla gogna per un silenzio. Un uomo messo in croce da due giornalisti che dalla mattina alla sera decidono di tirar fuori qualcosa di non reale (o quantomeno non agli atti) e di condannare alla morte (politica) un personaggio.

Ma ormai il danno è fatto. Ormai la figura di Crocetta è macchiata da questo “vile silenzio”, anche se sfiderei chiunque a trovare parole di risposta dopo una frase del genere.

Ormai Crocetta è un male da combattere, un colluso, un mafioso. Tutto perché due giornalisti riportano qualcosa che potrebbe addirittura essere falso. Non risultano dunque strane le parole di Crocetta alla Zanzara, il programma di Radio 24 condotto da Cruciani e Parenzo, dove ha affermato chiaramente di aver pensato al suicidio. Una macchia così grave per qualcuno che forse non sta gestendo bene la Sicilia ma non è colpevole di essere a contatto con certi ambienti è di un peso insostenibile.

All’Espresso hanno dato ascolto capi politici di ogni parte, accusando Crocetta in ogni modo. Reazione decisamente ridicola, poiché quando uscirono le intercettazioni di Fassino sul caso Unipol (“abbiamo una banca”) tutto il centrosinistra si schierò compatto in difesa di Fassino, quando uscirono le intercettazioni di Berlusconi su Mangano tutto il centrodestra difese il Cavaliere sostenendo che l’uso giornalistico-politico delle intercettazioni fosse sbagliato.

Sulla questione delle intercettazioni bisogna assumere una posizione seria e continua. Sono uno strumento eccezionale e capace di far comprendere agli inquirenti moltissimi dettagli, anche sulle reazioni dei personaggi indagati. Ma servono, appunto, agli inquirenti. Non ai giornalisti. Il giornalista deve riportare i fatti, non i presunti fatti. E peggio ancora non deve inventare intercettazioni.

L’errore di un giornalista viene pagato con una multa, l’onore macchiato di un politico non si recupera in una vita.

di Riccardo Ficara

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