Oggi il cielo di Parigi si tinge di un grigio particolare, diverso dal solito grigiore che la contraddistingue. Parigi si sveglia intorpidita, affranta, dolorante di un dolore che è solo il sintomo di un cancro ben radicato al suo interno, in grado di metterla in ginocchio a tacere ancora una volta. Prima con Charlie Hebdo, nel gennaio di quest’anno, e ora con questo nuovo attentato che tutto poteva essere meno che prevedibile e premeditato. Come ha fatto una delle principali capitali europee, simbolo di unità e forza, coesione e fratellanza, a subire così indiscriminatamente ripetuti attacchi nel cuore della notte? E in luoghi ben sorvegliati, quali lo “Stade de Frace”- addirittura mentre vi era in corso la partita della nazionale francese contro la Germania, con tanto di presidente Hollande presente in tribuna d’onore -? Basterebbe osservare il suo volto in quei drammatici momenti, per rendersi conto di quanto fosse inorridito. Vedreste un Hollande impietrito in tribuna (che tanto ricorda quello di George W. Bush, al momento dell’attacco sferrato l’11 Settembre 2001 alle Torri Gemelle). Il tutto all’interno di una città che, nell’arco di pochi minuti, tramuta nel peggior set cinematografico di propaganda islamica, con l’ISIS che rivendica i ben sette attentati nei diversi punti della città, – e tra questi Place de la Republique, luogo simbolo dei fatti inerenti al noto giornale satirico Charlie Hebdo -, affermando, secondo quanto riporta il canale Dabiq France: “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i bambini, oggi beve dalla stessa coppa”

Oggi Parigi si ferma, nel suo lutto cittadino. Il silenzio, così insolito per una metropoli affollata nei giorni feriali, la fa da padrona. Non si sente nulla se non quella calma assordante e malinconica, tanto riflessiva quanto ingiusta, tanto da non rendere giustizia alla magica Parigi “da film” come quella delle scene iniziali del film “Midnight in Paris” di Woody Allen. Questa volta allo scoccare della mezzanotte la magia è svanita, lasciando la città dell’amore vestita a lutto, con la rabbia cucita addosso, colpita nel cuore.

Rimane invece il rumore fragoroso delle sirene in lontananza, contrastante, di quel cielo grigio che diviene quasi il simbolo di un dipinto pittoresco, incomprensibile. La sporca e opaca rappresentazione di una fantomatica realtà dai confini indistinguibili. Lo sgomento e il deserto a ogni angolo di città – dai palazzi del potere fino alle metropolitane – e il pianto sul volto di qualche centinaio di persone riversate in piazza nelle ore successive agli attentati.

E’ tutto vero, e non rimane nemmeno il suono di una parola (una singola parola inerme, quanto un singolo disegno di una vignetta, come nel caso di Charlie Hebdo) che possa spiegare questa deplorevole follia in nome di un Dio che solo a pensarci è uguale per tutti. Andrebbero condannati i fanatici al quale viene fatto il lavaggio del cervello, coloro i quali sanno di non aver nulla da perdere e perciò in grado di scagliarsi contro civili inermi solo per il gusto di seminare terrore, senza un obiettivo ben definito.

Così, dopo ben 200 feriti, più di 160 morti, numerosi dispersi, tre sparatorie, sette attentati in sette punti diversi, Hollande decide di chiudere – oseremo dire “meglio tardi che mai”- le frontiere, di convocare il Consiglio dei Ministri e dichiarare lo stato di emergenza. Non senza l’immancabile appoggio del leader americano Barack Obama, il quale ha immediatamente dichiarato aiuto e sostegno alla popolazione francese, dicendosi basito per i fatti avvenuti nella capitale francese (quasi ipocritamente non ne sapesse nulla, o fingesse di non esserne quantomeno responsabile, seppur in minime dosi ).

Più di un anno fa si parlava di una profezia: la profezia del “Ragno nero”. Essa affermava che dal cielo parigino sarebbe piovuto sangue sulla “Terra dei Gigli” (così viene definita la Francia). L’avvio di un qualcosa di grosso in grado di destabilizzare l’ordine della nazione francese: un attentato di grosse proporzioni. Sicuramente tali scritti erano solo dicerie, ma siamo sicuri che tutto ciò non fosse, profeticamente, prevedibile? L’Europa si dimostra, ancora una volta, un luogo fragile. 

di Giuseppe Papalia

 

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