L’INCENDIO DI PRATO E IL “MADE IN ITALY” NON VERAMENTE TALE

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Sono state sette le vittime del terribile incendio avvenuto nella fabbrica tessile di Prato, incendio scaturito alle prime luci di domenica. Sono tutti cinesi che erano ridotti a vivere all’interno della ditta in condizioni disumane. Due persone sono rimaste ustionate e versano in condizioni gravissime.

Il primo cadavere è stato trovato fuori dal capannone ed esprime appieno la drammaticità del rogo. Aveva tentato inutilmente di salvarsi ma, causa l’assenza di adeguate strumentazioni di sicurezza, non è riuscito a trovare l’uscita in tempo. Lo hanno trovato con indosso un pigiama. I vigili, intervenuti tempestivamente, hanno potuto solamente spegnere l’incendio e cercare corpi tra le macerie dei “loculi” di cartongesso crollati.

Quanto avvenuto a Prato porta alla luce un fenomeno dimenticato, quello che riguarda un Made in Italy realizzato nel nostro paese e non seguendo le normative nazionali. Nella città toscana esiste un vero distretto cinese che, stando alle stime del 2008, è arrivato a realizzare un’utile pari a due miliardi di euro. Nessuno se ne è occupato: nel “Rosso” capoluogo provinciale, solamente dal 2009 c’è un sindaco di centrodestra dopo molti anni di amministrazione di sinistra, dove qualcuno ha permesso la prolificazione di aziende che drammaticamente hanno attuato un sistema di manodopera clandestina e contrario a quelle norme, a difesa dei lavoratori, proprio volute dalla sinistra.

È un polo produttivo che non conosce programmazione né marketing, e che si mantiene “parallelo” al distretto tradizionale pur operando nella stessa filiera e ha ormai raggiunto numeri da capogiro: 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d’affari, per oltre la metà sommerso. Nel distretto “parallelo” cinese di Prato non ci si infortuna, nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state solamente due, e non ci si iscrive come lavoratori al sindacato, Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale. Le imprese non sono iscritte nelle associazioni di categoria e l’intero sistema ricorda molto quello delle “Favelas” presenti nel Terzo Mondo. La situazione è stata osservata anche dai media stranieri e giornali come il New York Times ne hanno dato risalto. Nel 2010 scrisse che i lavoratori cinesi “lavorano giorno e notte in 3.200 imprese fabbricando vestiti, scarpe e accessori di fascia bassa, spesso con materiali importati dalla Cina, per venderli a metà prezzo a dettaglianti di fascia bassa nel mondo intero”. Ciò è stato favorito dal fatto che in Italia ci sono “istituzioni deboli e alta tolleranza per chi infrange le regole”.

Michele Soliani

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