LUIS AMPLATZ: UN COMBATTENTE, PER ALCUNI UN EROE, PER LO STATO, UN TERRORISTA

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Torna sulle pagine di Secolo Trentino la vicenda storica del Tirolo e del Sudtirolo, quella contrastata, che affonda le sue radici nella prima annessione al Regno d’Italia, durante il periodo napoleonico preceduto dall’epoca del Principato vescovile di Trento e di Bressanone, che se ne divisero le spoglie, riconfermato poi, con la caduta dell’Impero Austro-Ungarico, alla fine della I Guerra Mondiale; diventa motivo di divisione culturale con la ridefinizione dei Confini di Stato, avvenuta dopo la II Guerra Mondiale, confermata e rimodulata poi, dopo l’Accordo Degasperi – Gruber.

La storia politica dell’Alto Adige è così un alternarsi di sovranità, come accadde per tutto il resto d’Italia tra il XV e XVIII secolo. Un fatto inopinabile, che ne determina l’italianità, lontano dalle logiche imperiali. Un inganno della mente. Dove un romantico e nostalgico sogno imperiale, di un impero rigoroso e magnifico, quello Austro-Ungarico, lascia sempre il sogno e la speranza che, seppur piccola e distante dal cuore imperiale, anche quella piccola terra fosse ritenuta una parte essenziale all’impero. Anche laddove la storia ha dimostrato il contrario. La vicinanza alle grandi città oltralpe e a una cultura magnificente, non lasciano dubbi sulle speranze che in cuore gli alto atesini potevano nutrire.

Centro di scambio e di integrazione culturale, economica e politica, l’Alto Adige è sempre stato conteso, certo, ma non per motivi demografici, economici, bensì come terra di trattative, dove si trovano tracce di insediamenti retici, gioielli imperiali e monumenti nazionali, in grado di convivere insieme in una particolarità sicuramente d’eccezione, che ne giustificano l’attuale forma politica autonomistica.

Mentre l’Impero era impegnato a difendersi da ben altre ingerenze germaniche, e combatteva per mantenere l’indispensabile sbocco sul Mediterraneo, l’Alto Adige, considerato tuttavia luogo pacifico, poiché lontano dai principali motivi di conflitto estero, fu mantenuto fino all’ultimo, sia di rispetto che di competenza. A testimonianza di questo principalmente le modalità con cui le trattative susseguitesi durante i periodi di perdita della sovranità austriaca, che lasciarono ampio margine decisionale a quelli che, oggi quasi più di allora, erano considerati i “nemici”. Garantendo in questo modo la piena salvaguardia delle vite umane e facilitandone l’integrazione con le sovranità intervenute in sostituzione dell’Impero. Una fortuna che non fu, al contrario, propria, alle popolazioni che appartennero all’Impero e che si trovavano dall’altra parte della geografia, ovvero tra Ungheria ed Austria e negli attuali Balcani. In qualche modo, cioè, l’Alto Adige, rispetto ad altri territori contesi, fu sempre secondo. Umanamente autonomo, politicamente no. Pagando, senza dubbio, lo scotto della posizione geografica.

Tra giurisdizione politica e sovranità nazionale, e diritto all’autodeterminazione dei popoli e al mantenimento delle tradizioni, si rimprovera all’Italia di non aver rispettato, con l’annessione al Regno d’Italia, la volontà popolare dei cittadini austriaci. Ma fu proprio, probabilmente, questo papabile amore e questa evidente attenzione verso gli altoatesini, intesi in termini di vite umane, ad aver consacrato il sogno dell’Impero nelle generazioni che si sono quindi susseguite, nella giusta convinzione che “con l’Austria si stava bene”, anche se per l’Austria, il piccolo territorio altoatesino non fu la priorità.

Ecco perché l’attualità del problema dell’autonomia alto atesina resta un tema su cui discorrere: vista l’importanza che ebbe, di fatto, l’autonomia regionale di uno Stato cuscinetto che, però, seppur libero di decidere, stato non fu mai, se non con la firma dell’Accordo Degasperi – Gruber e con la stipula del primo, e unico, vero Statuto Autonomo che l’Alto Adige abbia mai avuto: quello in vigore ad oggi.

Ecco perché movimenti che sono di matrice terroristica, come il Befreiungsausschuss Südtirol fondato nel 1956, per la riannessione all’Austria, sono tollerati, in taluni casi osannati per esempio di eroismo patriottico, mentre correnti di pensiero secessioniste sono le prime a proporsi nei momenti di difficoltà economica o culturale, quando cioè gli eventi provocano tensione, causando contrarietà: dal sogno dell’Impero al sogno di uno Stato vero e proprio il passo è breve. I militanti del BAS, per la legge italiana, sono dei terroristi, tutt’al più dei latitanti, per i filo-austriaci dei combattenti. Tra questi Luis Amplatz, uno dei tre storici fondatori del BAS, il comitato di liberazione sudtirolese, ucciso il 7 aprile 1964 dall’infiltrato Christian Kerbler.

Luis Amplatz, il cui anniversario ricorreva quest’anno, è stato celebrato, osannato, festeggiato, tanto che attualmente, come ci segnala Alessandro Urzì, di L’Alto Adige nel Cuore, se ne vende la biografia in suo omaggio anche nelle librerie.

Per gli italiani Luis Amplatz, Sepp Kerschbaumer e Georg Klotz, erano dei terroristi, e quel libro rappresenta un testo paragonabile all’esaltazione delle gesta delle Brigate Rosse.

Ma quest’ultime, non furono anch’esse in qualche modo esaltate da certa parte della letteratura? Centinaia di libri, storici o documentali, cronistici o politici, sono stati scritti, sul terrorismo, sul brigatismo, sui combattenti per movimenti autonomisti e politici, anche se da lì a farne battaglia fisica, a farne battaglia politica attuale, come pretenderebbero esponenti che si ritengono razionali e motivati, ovvero il Movimento di Eva Klotz con i suoi 3.700 iscritti di estrema destra tedesca, vi è un abisso. Come si apre una ulteriore voragine politica, se si confrontano le posizioni dei socialisti nazionali per l’Alto Adige, un gruppo di estrema destra italiana di poche decine di persone, non riconosciuto, con quelle degli Schutzen, circa 5 mila iscritti.

Dati alla mano, pare incredibile che in Alto Adige il problema sia la sovranità, essendo esso Provincia Autonoma e a Statuto Speciale, poiché la maggioranza politica dell’SVP ha mietuto il “grano” finché è stato possibile: in questo gioco tra due destre, due sinistre e due autonomie, chi può dire con certezza da che parte sta la verità? Parliamo di 500 mila persone, il 70% madrelingua tedesca, il 27% italiana, il 3% ladina, ma con una particolarità: gli italiani si trovano solo nelle città, mentre i ladini sono concentrati nei loro piccoli villaggi rurali o turistici.

La montagna dell’Alto Adige, cioè, parla decisamente il tedesco. Tutto ciò nonostante si sia fatta accusa di voler scolarizzare gli studenti, in epoca del fascismo, con la lingua italiana. Ma insegnare la lingua nazionale è realmente un danno oppure il danno lo fece chi, portando sulle cattedre la politica, ha impedito di fatto l’unificazione sociale e culturale? Oppure gli splendidi paesini dell’Alto Adige, abitati da gente pacifica, sono semplicemente andati avanti con mirabile senso pratico, parlando dunque il tedesco, ma vivendosi la nazionalità italiana, ben distante dalle ideologie politiche del movimento indipendentista, pensando che non è tempo per una Guerra della Secessione?

Sarebbe, a questo punto, interessante, capire come mai, con così tante persone di origine germanofona, la causa della secessione non interessi tutti e come mai a quasi 70 anni dall’Accordo Degasperi – Gruber, il territorio sia sempre formalmente italiano. Forse che si confonda la storia con la politica, la cultura con la legge?

La storia accade, si evolve, cambia i destini delle genti, ma su quanto è stato non è saggio porre il rifiuto, poiché, accettato o negato, il passato non si può cambiare. Si può, però, vivere degnamente il presente, guardando a quanto vi è e non a quanto non vi è più.

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