Mafia capitale: 96 giornalisti denunciati

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Appena sentiamo nominare Mafia Capitale pensiamo all’ennesimo uomo di potere arrestato per i suoi legami con la malavita romana. Non è questo il caso, in quanto paradossalmente ad essere stati denunciati dagli avvocati della camera penale di Roma sono 96 giornalisti (78 cronisti e 18 direttori, soprattutto operanti a Roma), colpevoli di avere raccontato troppo delle indagini riguardanti uno dei più grossi scandali del nostro paese.

L’esposto record contro i giornalisti, un fatto che non si era mai visto in Italia ed Europa, è stato depositato il 24 settembre dal presidente della Camera penale Francesco Tagliaferri e contesta articoli pubblicati tra il 3 ed il 9 dicembre 2014 e tra il 5 e il 6 giugno 2015, quindi rispettivamente riguardanti la prima e la seconda tranche di arresti del processo. Ciò che viene contestato non è la pubblicazione di atti coperti ancora dal segreto, ma la diffusione pubblica di questi quando l’indagine era ancora in corso, infrangendo l’articolo 114 del codice di procedura penale, che disciplina i casi in cui determinati atti processuali possono essere divulgati all’opinione pubblica senza intralciare o mettere in pericolo il corretto lavoro della magistratura.

L’azione in sé non sembra però non avere grandi possibilità di seguito in termini giudiziari ma piuttosto pare un tentativo di mettere a tacere o intimorire chi racconta ed informa su questo scandalo che ha afflitto la capitale. Forse si può spiegare questo colpo di scena degli avvocati difensori come un tentativo di infangare chi secondo loro ha eccessivamente turbato il buon svolgimento delle indagini, in vista soprattutto dell’inizio del processo che avverrà il 5 novembre dell’aula bunker di Rebibbia.

Raffele Lorusso, segretario generale della federazione nazionale della stampa italiana, usa parole molto dure per commentare queste accuse ai giornalisti: “Torna in voga l’idea che si possa tentare di imbavagliare la stampa impedendo la pubblicazione di intercettazioni tra l’altro non più coperte da segreto istruttorio: è l’ennesimo esempio che deve far riflettere la politica sull’opportunità di una delega in bianco al governo su una materia così delicata. È anche a causa di episodi come questo che l’Italia occupa il 73/o posto nella classifica sulla libertà di stampa. È preoccupante che si sferri un attacco così rozzo e plateale alla libertà dei cronisti di informare e al diritto dei cittadini ad essere informati: chi l’ha concepito farebbe bene a rileggere quanto stabilito in modo assolutamente inequivocabile dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nelle numerose sentenze in materia di libertà di espressione e diritto di cronaca”.

Non bisogna però dimenticare che è la stessa magistratura, anche con alcuni dei sui esponenti più conosciuti come i procuratori Pignatone e Bruti Liberati, che chiede una stretta legislativa alla possibilità di fughe di notizie durante la fase preliminare e di indagine, sia per evitare che qualche cittadino venga infangato perché il suo nome compariva in un filone di indagine che magari successivamente si rivelerà inutile, sia per non condizionare mediaticamente un processo. Il diritto all’informazione da parte dei cittadini confligge spesso così con la tutela dell’efficienza delle indagini e la presunzione di non colpevolezza degli accusati o di semplici persone collegate alle indagini.

Sembra però che questo maxi esposto non sia altro che un tentativo di intimidazione per chi con difficoltà tenta di raccontare e sviscerare questo sistema nebbioso che coinvolge esponenti mafiosi, imprenditori, affaristi e politica. Giornalisti che nel corso nei mesi sono stati sottoposti a minacce ed intimidazione non meritano di essere screditati anche da figure istituzionali come la Camera penale perché inevitabilmente chi ne uscirebbero più danneggiati sarebbero la libertà di informazione e il grado di conoscenza dell’opinione pubblica, termometri di una nazione sana.

Di Luca Peluzzi

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