La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 ha lasciato dietro di sé una scia di giornalisti, opinionisti e sondaggisti, trasformatisi immediatamente in statue di sale, sciolte poi dai “pianti” dei commentatori simpatizzanti per Hillary Clinton.

Quello che molti (non tutti, ad onor del vero) si sono dimenticati di dire è in che modo Donald Trump è riuscito ad aggiudicarsi i 279 grandi elettori che il 27 Gennaio 2017 lo eleggeranno formalmente Presidente degli Stati Uniti d’America; combattendo una strenua e tenace battaglia contro l’élite conformista, rappresentata ottimamente da Hillary Clinton e dal Partito Democratico.

Lo scontro ha visto da un lato un candidato sgradito al partito ma amato dall’elettorato, dall’altro un personaggio graditissimo al partito, in quanto figura di continuità con l’amministrazione di Obama, ma non del tutto digerito dall’elettorato, che forse avrebbe preferito Bernie Sanders. Una lotta che sembrava impari, stando a molti sondaggi, ma che messa così appare quasi evidente che il risultato non poteva essere altro che quello emerso la scorsa notte dalle urne americane.

Hillary Clinton, con la difesa delle minoranze e dell’amministrazione Obama (soprattutto sul delicatissimo tema dell’Obamacare, inviso a molti medio-abbienti statunitensi), ha spesso tralasciato di parlare di cosa avrebbe fatto per la middle e la working class americana, dando per scontato forse che l’odio tradizionale tra il “piccolo” lavoratore e il “grande” imprenditore avrebbe giocato a suo vantaggio. Nulla di più sbagliato.

Trump infatti si è aggiudicato la maggioranza dei consensi anche e soprattutto in stati dove la rete lavoratori-sindacati democratici era fortissima: l’esempio più fulgido è quello del Michigan, che con Detroit ospita il distretto americano dell’automobile (si trovano lì gli stabilimenti della General Motors, della Chrysler e della Ford). Lì, in quello che era non era nemmeno considerato come uno swing state, dal momento che i democratici avevano una decina di punti di vantaggio tradizionalmente, ha vinto Donald Trump, che è probabilmente riuscito ad arrivare alle orecchie di quegli operai stanchi dei loro sindacati intenti più a difendere le minoranze che i loro stessi tesserati.

Non solo il voto della middle class, ma probabilmente anche quello di molta gente spaventata dal terrorismo islamico ha aiutato Donald Trump a diventare presidente; la Florida, che in estate ha subito il vile attacco al Pulse di Orlando, ha infatti preferito la soluzione energica di Trump, deciso ad allearsi con la Russia per colpire in maniera cruciale il sedicente califfato; la Clinton su questo punto era decisamente troppo inaffidabile, avendo lei stessa dato il via, tramite l’intervento militare in Libia e in Siria, alla nascita del sedicente califfato.

Il fatto che Trump abbia ottenuto la maggioranza dei voti anche in stati che da tempo erano saldamente in mano ai Dem (il Wisconsin non cedeva dal 1988, Maine, Michigan e Pennsylvania dal 1992) è indicativo di come mentre i repubblicani hanno votato in massa, perdendo a malapena 1 milione e mezzo di elettori (contrariamente a quanto ci si aspettava dati i mancati endorsement sia della Fox, network repubblicano per eccellenza, sia dei Bush, che hanno anzi criticato la candidatura), i democratici hanno lasciato sola la Clinton, che ha ottenuto ben 10 milioni di consensi in meno rispetto a Obama.

Il voto a Trump è stato, da parte della “massa silenziosa” che forse non era stata manco interpellata dai sondaggisti, un colpo cruciale alle certezze dell’élite internazionale: un secco no all’accettazione incontrollata di flussi migratori, una decisa repulsione a una chiusura definitiva con la Russia, uno stop all’interventismo (salvo quello, sacrosanto, contro l’Isis) e una richiesta di maggior tutela di chi, ogni giorno, con fatica, porta avanti il sogno americano. Hillary Clinton, con i suoi comizi diventati concerti, anche se sarebbe meglio dire concerti diventati comizi, è apparsa come un candidato “tutto fumo e niente arrosto“, mentre Trump dietro a tante polemiche e controversie ha mostrato di saper ascoltare e parlare a chi, oggi, aveva bisogno di un rappresentate forte come lui.