Dalla polveriera dei Balcani a quella mediorientale il passo è breve

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“Per che cosa stiamo combattendo? Lo vedremo quando il fumo si disperderà”; ma come fare, se la fitta nebbia dei Balcani stenta ancora a diradarsi, impedendo di guardare il confine che separa le nazioni della penisola? Per la suddetta area geografica, non si può neppure parlare di veri e propri Stati, quanto più di popolazioni ed etnie che giocano ad annientarsi reciprocamente, senza apparenti interessi politici o economici, bensì in virtù di un sentimento difficile da spegnere: l’odio.

E’ dai tempi dell’Antica Grecia che la penisola balcanica funge da crocevia di migrazioni e conquiste, teatro di guerre e scontri fratricidi; paradossalmente sfavorita dalla posizione centrale, il suo terreno è stato sempre solcato da nuovi popoli, in particolare Ungari dal Danubio e Slavi dall’Estremo Oriente. Terra di mezzo e di passaggio, fu abbandonata al suo destino, un po’ come l’Italia di oggi, che sconta le colpe della sua posizione.

Il Novecento fu un secolo decisivo per le sorti della penisola balcanica e, forse, fu proprio questo il momento che le valse il nome di “polveriera d’Europa”. Dominata dal decadente Impero Austro-Ungarico, la penisola si trovò al centro delle mire espansionistiche di Germania e Turchia. All’alba del primo grande conflitto mondiale, nei Balcani si consumarono due guerre, conclusesi con la pace di Bucarest nell’agosto del 1913. Neanche il tempo di riprendersi, ecco esplodere la miccia della Prima Guerra mondiale con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, sempre in virtù dei sentimenti ostili degli autoctoni nei confronti dello “straniero”.

Fu al termine della Grande Guerra che venne proclamata la nascita della Jugoslavia, derivante dall’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni. La neonata confederazione, però, era un’entità meramente politica, poiché le differenze etniche impedivano alle popolazioni che ne facevano parte di considerarsi un unico Stato. Fu solo con Tito, nel secondo dopoguerra, che la penisola balcanica conobbe la pace, una tregua instabile e illusoria, come l’acqua nel deserto. Furono le scelte strategiche sul piano internazionale a favorire la crescita economica dei Balcani, prima tra tutte la neutralità nella Guerra Fredda. Ma il sogno di una penisola unita e felice si concluse con la morte del suo autore, nel 1980, e gli Stati dell’Unione, tenuti insieme forzatamente, ricominciarono a scalpitare e ad alzare la polvere dal suolo e dai fucili.

Quella che però poteva sembrare una guerra fratricida, era in realtà appoggiata da potenti alleati“stranieri”:  gli interessi di Croazia e Slovenia erano tutelati dalla Germania, quelli della Serbia dalla Russia e quelli della Bosnia dall’Iran. Decenni di conflitti, hanno fatto sì che il termine “balcanizzazione” definisse per antonomasia “una situazione interna instabile e condizionata da continue disgregazioni e problemi che causano la frammentazione dello Stato in più regioni o statuti autonomi”.

La situazione precedentemente illustrata non risulta nuova, anzi, estremamente attuale: basti guardare la nuova polveriera mediorientale, dilaniata da conflitti d’interesse  e distrutta proprio da coloro che se ne ergono a difensori. E’ stata la stessa Hillary Clinton a denunciare gli Stati Uniti e, di conseguenza, i suoi alleati, affermando:”L’ISIS è cosa nostra; è stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile”. E, in merito al conflitto israelo-palestinese, ha aggiunto:” Le vittime civili, i bambini, le donne, sono tutti effetti collaterali di una politica giusta. Quando un Paese democratico attacca, ovviamente, colpisce anche civili innocenti”; una massima di notevole impatto umano, la sua, in una contorta interpretazione de “il fine giustifica i mezzi”.

Eppure, con la presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno perso la vena bellica di Bush, il quale nel 2003 dichiarò guerra all’Iraq per deporre Saddam Hussein e “portare la democrazia”. Evidentemente, Bush apprezzava molto Tacito, quando nell’Agricola scriveva:”Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Lentamente, sostenendo il governo sciita, l’America diede origine ad una nuova apertheid nei confronti della minoranza sunnita in Iraq, la quale a quel punto, accese il conflitto in una sanguinosa guerra civile. In questo scenario, molti sunniti fuggirono in Siria per organizzarsi contro gli Stati Uniti, spostando così il teatro di guerra, diviso tra il regime sciita di Assad e i ribelli sunniti emigrati dall’Iraq.

In cambio di petrolio, preziosa risorsa del sottosuolo mediorientale, le potenze mondiali finanziano le guerre fratricide tra le varie minoranze religiose, concedendo loro armi con cui annientarsi a vicenda. Al telegiornale in onda all’ora di pranzo, i politici contraddittori si dicono indignati per la morte di tanti civili e dichiarano apertamente guerra all’ISIL. Poi, però, non perdono tempo a stringere alleanze economiche con gli stessi soggetti che condannano, giustificandosi nei modi più ridicoli. I mass media presentano ogni giorno immagini di città annebbiate dalla polvere delle bombe, stanche di emettere suoni, in attesa della prossima esplosione. La guerra è diventata un’abitudine, come se la realtà non avesse altro volto.

Nei Balcani, puzzle di popoli eterogenei, erano le etnie a costituire motivo di scontro; in Medio Orienteil discrimine è la religione, uguale per tutti ma interpretata diversamente. La laicità non esiste, tutto è impregnato di sacro, a partire dalle autorità politiche. Forse, è proprio questo a mancare: una guida politica che sia veramente tale, senza contaminazioni religiose e senza corruzioni economiche, la quale riesca a riconciliare la popolazione depurandola dalle ostilità. In realtà, è difficile stabilire quanto conti la religione nello scontro odierno: quella che era partita come “guerra di religione”, infatti, sta mietendo vittime anche tra coloro che professano lo stesso credo, ma si oppongono alle barbarie dell’ISIS. Ormai, sembra che le uniche parole d’ordine a cui rispondere siano “distruzione, dolore e morte”, avendo perso di vista l’obiettivo della costruzione di uno Stato Islamico unito. Una cosa, però, è certa: il più grande nemico rimane l’Occidente.

Stessa recita, stesso copione, quasi gli stessi attori; cosa è cambiato? Solo lo scenario, ma di pochi km.

di Antonella Gioia