Puglia: la strage degli “ignoti”

Hanno ferito a morte l’Italia intera. In una mattina di luglio, nel fatale e tragico scontro dei treni sulla linea Andria – Corato (in cui hanno perso la vita ben 27 persone) “ignoti”, perché con questo appellativo saranno chiamati i responsabili dell’incidente di ieri in Puglia, hanno squarciato un sistema già di per sé scalfito dal tempo e dai mancati investimenti; dalle politiche errate e, perché no, dall’indifferenza totale.

C’è qualcosa di terribilmente contorno in tutto questo e, al di là degli errori umani o del semplice caso, quest’ennesimo avvenimento, nella lunga storia degli incidenti ferroviari avvenuti nel nostro paese, lo conferma. Qualcosa non funziona, è risaputo. Soprattutto quando a far da protagonista, nelle pagine di cronaca nera dei principali giornali nazionali e internazionali, è il Sud Italia.

“Ignoti” hanno ferito l’Italia ancora una volta. Non l’Italia dell’Alta velocità tanto acclamata e osannata da Renzi, non l’Italia delle infrastrutture innovative (solo al nord, perché al Sud i tetti delle scuole e i ponti, come accaduto in Sicilia sulla tratta Catania-Palermo, continuano a crollare). E nemmeno l’Italia dei treni con le carrozze con il Wi-Fi e le poltrone in pelle, sala ristorante e bar.

Oseremo dire, piuttosto, l’Italia dei pendolari lavoratori e studenti che quotidianamente percorrono le tratte (spesso umanamente inconcepibili per via dei mancati adeguamenti, quali l’aria condizionata e gli insufficienti spazi igienici e a sedere) che portano ai relativi luoghi d’interesse quali sedi universitarie, città e zone industriali.

Ma i principali responsabili, ad esempio, potrebbero essere coloro che, dall’alto delle loro responsabilità politiche e istituzionali, nulla hanno fatto per evitare che si verificasse ciò. Perché non c’è da consolarsi se il sistema ferroviario italiano, ritenuto tra i più sicuri d’Europa, tuttavia risulti tra i più carenti in ammodernamento. Come riportato da “linkiesta.it” infatti, non funziona che 8 euro su 10 per l’ammodernamento ferroviario siano spesi da Roma in su. I casi, soventi, di dubbia utilità come la Tav Torino – Lione, ad esempio, ce ne danno atto.  Così risulta che il 98,8% dei fondi per le infrastrutture e il loro ammodernamento finisce al Nord e al meridione restano le briciole, oltre che le vittime.

E cassa del meridione a parte, storicamente è oramai risaputa la “discriminazione” in atto da parte dei politici e delle istituzioni politiche che al Sud vanno, ma solo quando è ora di racimolare voti da un bacino elettorale vasto e bisognoso di attenzioni. Perché poi, alla fine, la differenza sostanziale tra il Nord e il Sud rimane. Un po’ per demerito delle istituzioni del meridione ma soprattutto per la mancata attenzione da parte dello Stato nei confronti del Sud.  Perché, come per questo caso, non ha senso che una linea pendolare congestionata come la Bari-Barletta – quella che passata Andria e Corato – sia a binario unico e per 33 chilometri senza controlli automatici.

Non ha senso che nel 2016, nell’era della banda larga e della digitalizzazione sovente, le comunicazioni tra due stazioni risultino bloccate con la conseguenza di ciò che oggi tutti sappiamo. Non è umanamente e nemmeno lontanamente concepibile che, nell’era della globalizzazione e della velocità, dell’abbattimento delle barriere spazio temporali, si verifichi ciò che è accaduto ieri nelle campagne pugliesi. Anche se probabilmente, ma ci auguriamo il contrario, non sarà un caso ultimo e isolato.

Occorrerà riflettere, e quest’ennesima sciagura ce ne darà modo, sul come sia possibile che nel solo 2015 i morti per incidenti ferroviari siano stati ben 59, come riportato dal “Corriere.it” (di cui 57 travolti sui binari; l’ultimo caso è quello della ragazza investita da un treno veloce nel milanese).

Così si ritorna a parlar del nulla. Dell’Italia a due velocità differenti, delle stazioni fatiscenti e spesso non sicure, degli incidenti ai passaggi a livello senza barriere. Si ritornerà a parlare di “sblocca Italia e leggi di stabilità “, di investimenti (ben 5 miliardi di risorse fresche per le ferrovie) che vedono ben 4799 euro investiti da Firenze in su e solo 60 milioni a Sud di Firenze. Un rapporto, che ripetiamolo, sta 98,8% a 1,2%, come riportano statistiche condotte questa mattina da “il mattino.it”.

E’ possibile immaginarsi qualcosa di diverso o di più equilibrato? In molti sembrano volersi dare delle risposte all’indomani di questa rinnovata sciagura. E la politica? Saprà rispondere?

di Giuseppe Papalia

 

Informazioni su Giuseppe Papalia 162 Articoli
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.