ATAC Referendum 2018: i perché di un fallimento

Pullman fuori servizio - Foto tratta da "www.ilmessaggero.it"

Il referendum ATAC di domenica 11 novembre ha suscitato polemiche per il suo esito e per le modalità di svolgimento. Il 16,4% degli aventi diritto ha votato, mancando la soglia minima per raggiungere il quorum, cioè il 33,3%. Essendo un referendum consultivo, l’eventuale raggiungimento di tale soglia non avrebbe portato la Giunta di Roma a considerarne vincolante l’esito.

386.900 sono stati i romani che hanno votato, contro i 2.363.989 iscritti al voto. Il grafico qui accanto mostra la distribuzione dell’affluenza nei 15 Comuni di Roma. I Municipi I e II hanno registrato la maggior affluenza (20,8% e 25,4%) e, al contempo, la maggior percentuale di sì ai due quesiti (rispettivamente 84,9% e 88,6%).

Un tweet della sindaca di Roma, Virginia Raggi, mostra la felicità del Movimento 5 Stelle romano: <<I Romani vogliono che l’Atac resti pubblica. Ora impegno e sprint finale per rilanciarla con l’acquisto di 600 nuovi bus, corsie preferenziali e riammodernamento della metro>>.

L’impegno in prima persona della sindaca non deve stupire. L’ATAC è una società pubblica concessionaria per il trasporto a Roma, dove il Comune detiene molte delle azioni e nel 2010 decise di cedere il 20% del trasporto su gomma all’azienda privata Roma TPL. E’ improprio definire l’ATAC un sistema misto pubblico-privato ed i Radicali Italiani, promotori del referendum consultivo, hanno spinto per render consapevoli gli elettori di questa possibile stortura.

La liberalizzazione proposta dai Radicali Italiani andava in due direzioni. Da un lato scorporare le tratte dei trasporti ed indire bandi cui potessero partecipare aziende sia pubbliche che private; dall’altro proporre che servizi privati (come Uber) s’affiancassero ad ATAC per servire il vasto territorio urbano.

Chi frequenta Roma non saltuariamente, può constatare che i trasporti funzionino caoticamente nelle ore diurne, a singhiozzo in quelle notturne – sempre più allontanandosi dal centro città.

Stiamo parlando della messa a bando d’un servizio tramite gara aperta a pubblicon e privato, non di privatizzazione. Raggiunto il quorum, il Comune avrebbe conservato il controllo del servizio, scegliendo i requisiti del bando: realizzare un servizio migliore e garantire i lavoratori avrebbe potuto evitare gli errori legati a TPL. Errori legati al fatto che ATAC ha assegnato a TPL alcuni servizi, senza far rispettare il contratto e senza requisiti.

L’ATAC ha mostrato nel corso degli anni d’essere un sistema chiuso, clientelare e in alcuni casi legato a logiche mafiose. L’auspicio era che, spezzettando le tratte, si sarebbero moltiplicati i controlli per accedere alla loro gestione.
I timori per una liberalizzazione indiscriminata erano questi: mantenimento degli assenteisti, incremento dei costi, soppressione di tratte poco trafficate, ma soprattutto la mafia romana. Il Comune avrebbe potuto aprire bandi in maniera tale che solo gli appartenenti ai Casamonica o ai Tredicine sarebbero riusciti a vincerli.

Di Pasquale Narciso

Informazioni su Pasquale Narciso 49 Articoli
Nato ad Aversa il 26 agosto 1994, s'è laureato in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli nel febbraio 2017. Collaboratore del Secolo Trentino dal maggio 2014, è un accanito lettore e aspirante giornalista, che sogna un giorno di trasformare la sua passione per la scrittura in un lavoro. Attualmente studia alla facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università Sapienza di Roma.