Chissà cos’ha provato Matteo Renzi nella nottata di ieri, subito dopo la mezzanotte, quando ormai l’esito del Referendum era certo. Chissà cos’ha poi provato salendo sul palco, con visibile emozione rotta dal tremolio della voce e un tono non più fermo ma insicuro, nell’annunciare le sue dimissioni, la sua sconfitta.

Perché è vero, l’Italia ha perso. Ma non “l’Italia del fare”, così come lo stesso Premier l’ha più volte definita, ma l’Italia del fare male, quella che – forse per la prima volta dopo l’assegnazione del mandato “tecnico” da parte di Giorgio Napolitano – ha votato autonomamente, con la propria testa, per fare la scelta più giusta: forse ha vinto l’Italia del “non fare schifezze”.

Adesso occorre riprendere in mano le redini e per farlo occorre “fare”, questa volta sul serio. Dopotutto l’uomo solo al comando, agli italiani, non è mai piaciuto. E così Renzi, deponendo le armi in una resa senza “se” e senza “ma”, si è presentato stamane dinanzi al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nell’incontro informale ma risolutore. È vero, ci sarà da “rispettare gli impegni e scadenze di cui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento”, così come lo stesso Presidente della Repubblica gli ha ribadito, ma non si può più tornare indietro. E questo Renzi lo sa. Ne va del suo orgoglio, di quel che ne è rimasto dopo ieri. Le stesse dimissioni, dopotutto, sarebbero irrevocabili e l’unica prospettiva certa è che ora Renzi rimanga almeno fino all’approvazione della prossima legge di bilancio, da varare in Senato (ironia della sorte) in tempi brevissimi, già entro venerdì.

Lo scenario prossimo ora, è quello che vedrebbe l’avanzare di una “fiducia tecnica”, ma solo per “traghettare” il paese verso le elezioni anticipate: quelle che dovranno vedere il fronte del No e delle opposizioni, più unito che mai.

La possibilità, ovviamente, apre ad un “congelamento” delle dimissioni del premier dimissionario, che nel pomeriggio ha riunito il Consiglio dei Ministri per fare il punto della situazione e per capire il da farsi. Ora infatti, bisognerà aspettare l’iter che vedrebbe l’anticipazione del termine di scadenza degli emendamenti attualmente in commissione, i quali privi di proposte di modifica. Insomma, ai più sembrerà di essere tornati nel lontano 2011, quanto a “saltare” era stato Berlusconi e a lui era stato temporaneamente preferito Monti, con tutta la serie di premier “non eletti” che ne seguirono.

Oggi la situazione è diversa e in molti, a partire proprio da Forza Italia e giungendo a Lega Nord e Movimento 5 Stelle, si sono già opposti fermamente a queste ipotesi, con note ufficiali avanzate stamane dai capogruppi di Camera e Senato Paolo Romani e Renato Brunetta, che le hanno definite “impraticabili”, in quanto il NO, seppur indirettamente, rappresenterebbe “un chiaro voto di sfiducia a Renzi e alle sue attività di governo nel suo complesso”.

Insomma, non resta che aspettare e vedere cosa ne sarà del “rottamatore”. Sarà rottamato? Il popolo l’ha già fatto. Ad ora le dimissioni arriveranno solo dopo l’approvazione della manovra di Stabilità e, sperando e confidando nel fatto che non sia l’ennesima promessa non mantenuta, questa volta è solo “per un senso di responsabilità nei confronti del paese – come afferma il Premier dopo la riunione del Consiglio – e per evitare l’esercizio provvisorio”.

Non resterà che attendere. 

di Giuseppe Papalia

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