Sacchetti alimentari biologici: l’emendamento del Pd che sa di fregatura

Sta facendo parecchio discutere la nuova norma che, dal 1 gennaio, impone ai consumatori italiani che acquistano frutta e verdura di confezionarle in sacchettini di plasticabiodegradabile e compostabile rigorosamente usa e getta e a pagamento.

Secondo l’entrata in vigore della legge 123/2017, nel cosiddetto “decreto Mezzogiorno”, approvato lo scorso agosto dal Governo Gentiloni, si indica che queste buste non possono essere gratis, pena una salatissima multa di 100.000 euro, e inoltre non devono essere riciclate. Una regola che di certo Bruxelles, sempre in nome del progresso, non impone. Così come non impone l’obbligo di compostabilità agli involucri destinati agli alimentari. 

La direttiva comunitaria, recepita con un emendamento al Dl Mezzogiorno dal Governo Gentiloni, è stata infatti rivista dal nostro Paese in tono sostenibile, anche se solo a metà.

Già, perché se dietro alla necessità di adottare sacchetti bio si nasconde una motivazione nobile (sul fronte ambientale ed ecologico), altrettanto non si può dire per il fatto di “imporre” poi ai consumatori di continuare ad acquistare, di volta in volta, nuovi sacchetti biologici (comunque in parte sempre composti da plastica). Un meccanismo a tratti paradossale, che disincentiva il consumo di sacchetti costringendo tuttavia i consumatori ad acquistarne ogni volta di nuovi poiché non riciclabili. 

E nonostante in Europa ci siano supermercati in cui i sacchi riutilizzabili sono ammessi e incentivati anche per frutta e verdura nel nostro Paese pare non esserci alcuna alternativa. Le nuove borse andranno comprate, per una spesa media complessiva variabile da 4,17 a 12,51 euro l’anno per ogni famiglia.

Certo, nulla di troppo esagerato, anche se per il Codacons è “un nuovo balzello che si abbatterà sulle famiglie italiane, una nuova tassa occulta a carico dei consumatori“. Per Legambiente, invece, “non è corretto parlare di caro-spesa. L’innovazione ha un prezzo, ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo, che si dovrebbe aggirare intorno ai 2-3 centesimi a busta. Così come è giusto prevedere multe salate per i commercianti che non rispettano la vigente normativa”. Sta di fatto che, riprendendo la direttiva europea, questi sacchetti – tra le varie scelte concesse dall’Unione Europea – potevano anche non essere fatti pagare.

Un bel risparmio per milioni di italiani, a scapito però – così come sollevato qualche giorno fa da Il Giornale e altri media – di aziende come la piemontese Novamont, leader italiana del comparto di buste biodegradabili (“l’unica italiana che produce il materiale per produrre i sacchetti bio e detiene l’80% di un mercato che, dopo la legge, fa gola”).

Azienda che, ironia della sorte, è guidata da Catia Bastioli, ospite nel 2011 alla Leopolda e nominata dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi presidente della partecipata pubblica Terna nel 2014.