2014, ANCORA WATERLOO: TRA POTENZA BRITANNICA E MAPPE IMPRECISE

0
237

Stefan Zweig li chiamò “ore stellari”, momenti nei quali un solo uomo poté prendere fra le sue mani i destini di molti, decidere in un senso o nell’altro, dirsi vero artefice della storia. Un sì o un no, una decisione affrettata o ritardata, un’energica o fiacca azione che si mostrarono, già agli occhi dei contemporanei, punto di non ritorno che trascende la contingenza. Si è detto e scritto molto riguardo la battaglia di Waterloo: sottostimato dalle forze britanniche e uomo simbolo delle dittature. Piccolo, esile e intelligente, Napoleone: una scoperta recente oggetto di studio di un documentario inedito prodotto per la TV francese dallo studioso Frank Ferrand, dimostrerebbe che Waterloo ha avuto un esito disastroso per errori di mappa.

La battaglia, come finì, nel breve dimostrò agli Stati alleati contro Napoleone che questo leone di terra, veloce e sicuro come un baleno, era stato abbattuto definitivamente. Nel medio termine portò l’Imperatore francese a trascorrere il solitario esilio sull’isola d’Elba e sull’isola di Sant’Elena, dove fu indotto a bere oppio. Nel lungo termine, assicurò all’Europa un periodo di pace fino alla Grande Guerra, e solo allora un numero così corposo di eserciti di terra si mossero sul suolo europeo.

Napoleone volle attaccare alle 11:00 del mattino dopo aver aspettato il termine della pioggia, un fango calpestabile e dopo aver fatto un’ispezione di tutte le truppe. Se andate a Waterloo vedrete la nera terra dei campi e allora avrete visto il peggiore avversario del Bonaparte: il fango. Il terreno è molle e melmoso, tanto che la minacciosa artiglieria francese risulta assai meno pericolosa del solito giacché le palle si bloccano e affondano invece di rimbalzare.

Il 18 giugno 1815, giorno della fatidica battaglia di Waterloo, Napoleone ha le emorroidi e sta in sella a fatica, e conduce gran parte della battaglia da dietro assiso su una sedia mappe alla mano, mentre dall’altra parte Wellington rimbalza inesauribile da una parte all’altra dello schieramento: a un certo punto i dolori si fanno talmente forti che l’Imperatore è costretto a chiedere le cure dei medici.

Il Napoleone di Austerlitz, che a cavallo dall’alto del Pratzen osservava le sfuriate degli austro-russi e ne tesseva la disfatta, è un lontano ricordo.

Infine, Grouchy. Come si comportò nella Battaglia di Wavre, la sua importanza sull’esito della campagna e la discussione sulla condotta nel giorno della battaglia di Waterloo sono stati analizzati diffusamente.

Bisogna dire che, il 17 giugno, Grouchy non riuscì a prendere contatto con i prussiani e il giorno 18, invece di dirigersi verso Waterloo seguendo il rombo dei cannoni, come sarebbe stato utile per proteggere il fianco destro di Napoleone, decise di seguire alla lettera gli ordini scritti (contraddittori) di Napoleone.

Ordini contraddittori, appunto, che secondo lo storico Bernard Coppens, furono causati anche da mappe errate: la mappa ritrovata al Museo di Bruxelles tende a dimostrare che le distanze e i rilievi fossero amplificati, al punto che la sede del campo base fosse fissata su una piccola collinetta, non su un grande promontorio con conca, dove Waterloo avrebbe preso una strada certamente dissimile. Un romando postumo o la verità storica? Come mai di queste mappe si parla solo adesso, in pieno clima di tensione internazionale, legata ai contingenti fatti che toccano l’Europa? (MAPPE)

Waterloo fu una di quelle battaglie che tanto hanno interessato e interessano ancora oggi perché il vinto ha creato a livello emotivo una fortissima empatia, cosa che i freddi vincitori si videro negare allora come oggi. Napoleone dovette non solo combattere contro gli Stati coalizzati contro di lui, ma anche contro se stesso, gli eventi atmosferici e un suo generale.

Si pensa che se Grouchy avesse seguito la direzione del rombo dei cannoni, avrebbe intercettato i tre Corpi d’Armata di von Bülow, spediti da Blücher a Wellington, li avrebbe colti in ordine di marcia, e dunque avrebbe avuto l’opportunità di rallentarli o almeno di impedir loro di arrivare sul fianco di Napoleone. Ci si domanda se il Corso abbia mai saputo di questo o ci abbia riflettuto mai nella solitudine sull’isola di Sant’Elena. Una piccolissima isola nel mezzo dell’Oceano Atlantico, sperduta e dimenticata da tutti, e dalla quale era impossibile scappare: niente più casi come quello dei Cento Giorni.

L’isola di Sant’Elena fu toccata per la prima volta da portoghesi, inglesi e olandesi che scorrazzavano lì intorno nella perenne guerra per il controllo dei mari e dei suoi traffici. L’isola è di origine vulcanica, formata dalla parte venuta a galla di un antico vulcano sottomarino, il cui cratere scende a picco sul mare da tre lati, mentre il quarto è al livello del mare. L’isola di Sant’Elena è un punto caldo, che si trova sulla linea che divide la placca africana dalla placca americana. La parte centrale di Sant’Elena è coperta dalla foresta, in parte impiantata, secondo il Progetto della Foresta del Millennio. È in questa zona che esiste la maggior parte della flora e della fauna isolana, mentre le zone costiere sono generalmente aride e coperte di rocce vulcaniche, forse a causa dell’opera dell’uomo.

Comments

comments