Pizza, mafia e mandolino: l’Italia di Netflix

La prima produzione italiana del colosso Netflix è “Suburra”. Immancabile l’idea di Italia pizza mafia e mandolino. Criminalità e politici corrotti. I giornali di servizio nostrani ci raccontano meraviglie sulla produzione culturale dell’Italia di oggi (meraviglie sempre realizzate dagli amici degli amici), ma il resto del mondo non si accorge di questi nuovi capolavori, di questi novelli Dante o Michelangelo. E ci ripropina la solita immagine di Italia criminale e inaffidabile.

D’altronde, al di là delle dichiarazioni ufficiali e di comodo, non è che la produzione televisiva italiana stia conquistando e travolgendo il mondo. Mentre un numero crescente di Paesi si sta lanciando nel settore televisivo e cinematografico per presentare nuove immagini della propria realtà. Soft power che ha sempre visto in prima fila gli Stati Uniti e che ora assiste al rafforzamento del soft power indiano, cinese, arabo. La Francia si è sempre difesa, l’Italia si è sempre rassegnata alla dominazione straniera. Perché l’alternativa avrebbe comportato investimenti e idee. Meglio, allora, proseguire con i soliti attori che piacciono solo ai produttori ed alle loro amichette, meglio continuare con serie TV che – quando vengono piazzate all’estero – vengono trasmesse a tarda notte. Meglio, soprattutto, proseguire con l’immagine stereotipata della pizza, mafia e mandolino. Oppure con noiosissime produzione zerbinate dedicate a qualche potente di turno.

La colonizzazione passa anche e soprattutto attraverso questi interventi nel settore dell’intrattenimento e della cultura. In radio solo musica americana, al cinema e in tv film americani, ma in tv anche format di programmi identici in ogni parte del mondo. Scelte che piacciono alla sinistra globalista e che sostiene il meticciato. Scelte che, in teoria, non piacciono alla destra identitaria. Peccato che questa destra abbia sempre come campione il padrone di Mediaset e, dunque, uno dei maggiori responsabili di questa situazione. Peccato che questa destra, quando ha governato, non abbia fatto nulla per cambiare il vuoto culturale della Rai. Peccato che questa destra, come raccontato da Baldoni nel suo ultimo libro sull’arcipelago missino e paramissino o postmissino, abbia cancellato tutte le esperienze di radio alternative del proprio mondo. Una destra da case a Montecarlo è perfettamente allineata con le serie tv di Netflix.

Augusto Grandi

Augusto Grandi
Informazioni su Augusto Grandi 390 Articoli
Dopo alcune esperienze in radio e testate locali, nel 1987 è diventato redattore del quotidiano economico Il Sole 24 ORE, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta. Oltre all'ambito giornalistico si occupa di romanzi di narrativi e saggistica. Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e nel 2011 è membro della giuria del "Premio Acqui Storia" nella sezione divulgativa. Dal 2011 è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio con cui collabora attivamente nella stesura di diversi articoli a sfondo geopolitico. Dal 2011 sono itineranti in Italia le sue mostre fotografiche sullo sfruttamento del lavoro nel mondo e sulla condizione del lavoro femminile, realizzate nell'ambito del Festival Nazionale della Sicurezza promosso dall'associazione Elmo e dal comune di Pergine Valsugana (Trento), col patrocinio dell'OSCE. Nel 2017 ha lasciato il Sole 24 Ore e conduce la trasmissione "Il Tafano" su Electoradio e su Radio Antenna 1. Editorialista sul mensile Espansione, collabora con la testata online "ongood".

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