Gentile: la pesantissima eredità mai raccolta nella cultura italiana

Il 15 aprile 1944 morì Giovanni Gentile, accreditato da ogni parte come uomo di grande cultura nonché esponente, insieme a Benedetto Croce, della corrente neoidealista italiana. Corrente che per ultima difese, filosoficamente parlando, la destra in Italia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Non c’è molto da dire riguardo Gentile che non sia già stato detto o che non sia già conosciuto: la Riforma Gentile della scuola è stata spesso invocata anche in tempi recenti, dati i risultati spesso scadenti delle riforme successive, che hanno anzi minato la credibilità dell’istruzione pubblica italiana. La pesante eredità – non raccolta – di Gentile si vede, per fare un esempio, nell’esame di maturità: relegato oggi a un ruolo di totale subalternità, tanto che spesso i test di ingresso all’Università sono addirittura precedenti alla Maturità, l’esame conclusivo del ciclo di istruzione superiore aveva per Gentile tutto un altro peso.

Fu proprio lui a introdurlo nel sistema scolastico ed aveva il significato, profondissimo, di passaggio dalla gioventù alla maturità vera e propria, con la capacità di svariare su più temi in un’unica sessione d’esame, confermando il pieno raggiungimento di quella capacità di analisi che un diplomato deve dimostrare di avere. Con l’ultima riforma della maturità, invece, addirittura il 40% del voto dipende dai risultati ottenuti nel corso del triennio conclusivo, rendendo formalmente inutile la prova finale.

La figura di Gentile va anche ricordata per essere stato uno dei fascisti più aperti mentalmente al confronto, tanto che all’atto della fondazione dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana non pose veti a nessuno, intrecciando nell’istituto concezioni e visioni – anche politiche – differenti se non addirittura opposte alla sua. Non ebbe problemi infatti il primo dei liberali nell’era repubblicana, Luigi Einaudi, a collaborare con Gentile; così come non ne ebbe Luigi Cadorna, che pure fu oppositore di Mussolini. Questo perché per Gentile la formazione di una cultura nazionale prescindeva dalle divisioni politiche, concetto che oggi sembra essere assente dal panorama culturale italiano.

Quanto spesso è capitato, infatti, di respingere conferenze con autorevoli esponenti culturali perché troppo “di destra” o “di sinistra”? E quanto in basso può essere caduta la cultura italiana se nei programmi scolastici sono spesso assenti se non trattati molto velocemente autorevoli personaggi come Gabriele D’AnnunzioSalvatore QuasimodoGrazia Deledda, due dei quali Premi Nobel?

Ecco perché, a 74 anni esatti dall’uccisione di Gentile da parte dei partigiani, la sua eredità è diventata pesantissima: manca quello spirito di condivisione, quella fiducia nell’istituzionalità della cultura, quel senso civico nonché morale di creare una cultura italiana che invece permeava ogni scritto di Gentile. E che avevano ben compreso i padri costituenti, che scrivendo l’incipit della nostra Costituzione, ovvero “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” non possono non aver letto e reinterpretato il pensiero di Gentile espresso in Genesi e struttura della società.

Lo Stato non può essere lo Stato del cittadino (o dell’uomo e del cittadino) come quello della Rivoluzione francese; ma dev’essere, ed è, quello del lavoratore, quale esso è, con i suoi interessi differenziati secondo le naturali categorie che a mano a mano si vengono costituendo. Perché il cittadino non è l’astratto uomo; né l’uomo della “classe dirigente” – perché più colta o più ricca, né l’uomo che sapendo leggere e scrivere ha in mano lo strumento di una illimitata comunicazione spirituale con tutti gli altri uomini. L’uomo reale, che conta, è l’uomo che lavora, e secondo il suo lavoro vale quello che vale. Perché è vero che il lavoro è lavoro, e secondo il suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato l’uomo vale quel che vale”.