È stata inaugurata sabato scorso a palazzo Libera “Il segno di Cirillo Grott”. Curata da Serena Giordani, la mostra è un omaggio all’artista (scomparso nel 1990) e a un particolare della sua creatività: il segno. Era presente Maria Bruna Fait che ha dato voce al “segno poetico” di Grott, accompagnata dal violino del maestro Andrea Ferroni. La mostra sarà visitabile fino al 15 aprile (mercoledì, giovedì, venerdì 14-18; sabato, domenica e festivi 10-18); l’ingresso è libero e gratuito. Contemporaneamente, nell’ingresso del municipio di Villa Lagarina, sono esposte 4 sculture bronzee dell’artista, a ricordo del centenario della fine della Prima guerra mondiale. Per la curatrice Serena Giordani: «Segno pittorico e segno poetico sono stati evidentemente una forza urgente in lui. Il linguaggio è quindi traccia, necessità, si sprigiona e prende forma dall’interno: è frutto di un processo creativo». L’artista una volta dichiarò: «Credo che le mie opere trasmettano sempre un messaggio di pace (…) Credo non si possa fare dell’arte con l’animo agguerrito (…) perché essa è tra le massime espressioni dell’umanità».

 

Spiega la curatrice: «“Il segno di Cirillo Grott” vuole essere prima di tutto un ricordo rivolto a questo artista nato a Folgaria il 18 dicembre 1937 e che, qualche mese fa, avrebbe compiuto ottant’anni».

Cirillo trascorse la sua infanzia a Guardia di Folgaria, fin da giovanissimo rivelò una buona manualità e una particolare predisposizione per il disegno, tanto che nel 1953 entrò da apprendista in un laboratorio di Folgaria, dove si eseguivano sculture lignee da spedire in America. Nel 1957 si iscrisse alla Scuola d’arte di Ortisei, lavorando contemporaneamente nei laboratori dei migliori maestri scultori della zona. Diceva l’artista: «Lassù imparai a vedere le forme nel legno, in quella valle che, pur fredda e ostinata, mi avviava a seguire la mia fantasia, a ricercare il mio io. Erano troppo convenzionali quegli uomini del legno, con le loro Madonne dipinte e commerciali, coi loro visi da soldi, commercianti di Cristi lucidati, caparbi nel loro mestiere».

Successivamente, a Bressanone partecipò ai corsi di plastica tenuti dal maestro Weis all’Istituto di belle arti e infine all’Accademia di belle arti a Roma seguì le lezioni del maestro Pericle Fazzini. All’inizio degli anni Sessanta si trasferì in Svizzera dove lavorò presso uno scultore. In questo periodo realizzò le sue prime opere che furono esposte in una collettiva a Losanna. In seguito ritornò a Ortisei, dove si dedicò alle sue sculture che furono esposte prima in una mostra a Firenze e quindi a Monaco di Baviera. Nel 1963 a Rovereto aprì un suo atelier che in seguito divenne anche galleria. Iniziò da quel momento la sua intensa attività che si interruppe prematuramente il 27 febbraio 1990, attività non solo dedicata alla scultura ma anche al disegno, alla pittura e alla scrittura. Cirillo scrisse molte poesie.

«Io scolpisco in massima parte, ma disegno anche e parecchio. Per poter scolpire bisogna conoscere bene le tecniche del disegno. Mi piace molto dipingere, mi serve anche il colore per poter scolpire (…) La pittura serve per completare l’artista (…) Quando dipingo alla base di ciò vi è il disegno, il saper interpretare le forme del corpo umano, le forme della vita, esprimere tutto quello che si può esprimere dei nostri tempi. Questo è il compito dell’artista, perciò la pittura, la grafica, la scultura e la poesia sono un tutt’uno». Così rispondeva in un’intervista, qualche anno fa, Cirillo Grott. Prima di dar forma alle proprie sculture, prima di accedere alla tridimensionalità, disegnava. «È il segno la sua espressione – spiega la curatrice Serena Giordani – un segno che si materializzava grazie a un’energia che traeva origine dall’incontro del suo mondo interiore, del suo modo di sentire e da ciò che il mondo gli restituiva. Un segno drammaticamente intenso il suo. Nelle opere a carboncino o a china il ductus, deciso, spesso ripetuto, imprime la sua traccia quasi dichiarando l’incessante esercizio di lettura e rilettura di sé. Cirillo non voleva rappresentare ma presentare, dichiarare senza mezze misure la sua suggestione. Il disegno è affermazione del ritmo della sua anima, dove domina una forza primordiale.

Le sue opere sono come spartiti visivi, quando il segno si sposa al colore. Domina una cadenza cromatica che spesso dilata i contorni, richiamando un’ispirazione sofferta ma vigorosa. Generare un’immagine è controllo, padronanza e conoscenza della tecnica, ma più complesso è dar corpo a un’identità trasversale al modello, in cui il soggetto viene ricodificato nella parte più intima, ma raramente completamente finito.

Questo è ancor più evidente nella sua scultura, nella materia stessa, dove la nostra percezione è costretta a rilevare non solo il dato materico ma anche una palese ricerca di senso che si accompagna a qualche cosa di sfuggente, come a dirci che la ragione non può comprendere tutto, poiché toglierebbe l’alone di mistero e sorpresa che avvolge la vita stessa. Ed è il segno che ancora una volta conduce alla drammaticità plastica dei bronzi intrisi di pathos, che ci invita al gioco delle linee e delle superfici sinuosamente levigate, intersecate da piani più scabri del legno materia tanto calda e aspra che per prima lo accolse artista».

L’artista: «Vorrei che la mia scultura, amica di quei ceppi e di quegli abeti tra cui sono nato, scovasse nell’anima della mia gente ciò che desta stupendo interesse della natura, la potenza grandiosa di una foresta inesplorata portata alla critica del pubblico dell’oggi solo tra mille e più problemi tra descrizioni esistenziali. Vere e false».

La curatrice: «Bisogna interrogare la natura in tutte le sue manifestazioni per comprendere il messaggio mai rassegnato e sempre vivo, racchiuso in ogni sua opera sia essa scultorea, pittorica o grafica». L’artista: «Nelle mie creazioni prevale il tema della vita, della maternità, dell’uomo in tutti i suoi aspetti esistenziali. Insomma un messaggio di vita». La curatrice: «Segno pittorico e segno poetico sono stati evidentemente una forza urgente in lui. Il linguaggio è quindi traccia, necessità, si sprigiona e prende forma dall’interno: è frutto di un processo creativo. La parola così come la sua ispirazione sono state radici per la sua esistenza e gli hanno permesso un dialogo col mondo, un mondo di segni e simboli. Se il suo fare arte ha implicato una gestualità legata alla grafia, la sua scrittura ha fissato sulla pagina il flusso della sua riflessione unitamente alla sua azione, e in essa è possibile rintracciare il gusto materico, dunque fisico, di un uomo in relazione vigorosa con se stesso e con il mondo. La sua poesia ancora oggi riempie il silenzio, risuona forte ed emoziona chi ascolta».

Ancora l’artista: «Cerco il calore umano: la mia è una spietata denuncia esistenziale».

Conclude Serena giordani: «Cirillo Grott ha vissuto appieno il proprio tempo, ha saputo cogliere la sostanza delle cose, ha tratto forza dagli affetti più cari, dall’amata compagna Alessandra e dai suoi figli. Il mondo non lo ha invaso, non lo ha piegato a una riflessione pacata. Nella sua solitaria ricerca della verità e dell’essenziale ha rischiato spesso di rimanere incompreso. Il suo fare arte è stato esercizio dello spirito e, nel momento in cui ha espresso le sue urgenze interiori, si è trovato libero di perdersi nel tempo senza limiti e al di fuori delle ragioni del contingente, della minacciosa distrazione che sempre di più, ormai, alberga nel quotidiano. Ci ha costretto e ci costringe ancora oggi ad alzare lo sguardo, richiamandoci a quell’umana tensione verso l’alto, verso qualche cosa di trascendente che tanto avvicina alla bellezza e alla pace, al di là di ogni credo».