LA PELLE DEL SOLDATO, a Rovereto la mostra sulle attrezzature militari degli ultimi 100 anni

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Dagli elmetti di fine Ottocento che avevano funzioni quasi più decorative che di vera protezione alle prime corazze in acciaio date in dotazione ai soldati della Prima Guerra mondiale impegnati in prima linea a tagliare i reticolati nella terra di nessuno,  dalle divise “corazzate” dell’Esercito italiano usate dai soldati artificieri impegnati in azione di sminamento al prototipo delle divise tecnologiche messe a disposizione dalla azienda Leonardo che hanno trasformato in soldati in realtà continuamente connesse tecnologicamente con i centri di comando. E poi decine di curiosità: dai prototipi delle maschere antigas comprese quelle per i cavalli, a decine di elmetti, alle divise che via via si sono evolute sia cromaticamente sia nei materiali.

È quanto propone LA PELLE DEL SOLDATO. Uniformi, corazze, elmetti e maschere antigas dalla Prima guerra mondiale al Duemila ovvero la nuova mostra ospitata sino al 31 marzo 2019 nelle restaurate sale cinquecentesche del Castello di Rovereto (Trentino) sede dal Museo Storico Italiano della Guerra.

Un evento che ospita anche cimeli legati al corpo degli Alpini che dal 10 al 12 maggio sarà protagonista a Trento e Rovereto della 91.a Adunata nazionale. Alla cerimonia di inaugurazione (martedì 24 aprile ore 18.00) parteciperà anche Lorenzo Cremonesi, inviato di guerra del “Corriere della Sera”, che ha messo a disposizione della mostra alcune sue foto e parlerà della sua esperienza di inviato in Medio Oriente.

Per millenni il soldato ha indossato corazze, scudi ed elmi come una seconda pelle con cui proteggersi da frecce e lance, da lame e mazze ferrate – ha spiegato il direttore Camillo Zadra -. Questo fino a quando, con la comparsa dell’arma da fuoco, le vecchie protezioni hanno perso la loro efficacia ed i soldati si sono trovati a marciare sui campi di battaglia con un’uniforme di stoffa e un copricapo di tessuto o di cuoio.

Oggi che la potenza delle armi ha superato ogni immaginazione, la difesa del corpo del soldato continua la sua impari sfida. La mostra racconta un capitolo di questa lunga storia, dagli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale ai giorni nostri, con materiali provenienti dalle collezioni del Museo della Guerra, ed altri prestati da istituzioni culturali e militari e da aziende del settore difesa. Nel percorso espositivo, un’attenzione particolare è stata riservata alle dotazioni degli Alpini.

Il progetto espositivo che affronta un tema così vasto – ha aggiunto Miorandi -, seguendolo nel corso di un secolo e con l’ambizione di darne conto su una scala mondiale, ha richiesto un grande lavoro di catalogazione e l’impegno del Museo in tutte le sue articolazioni. Va riconosciuto che l’hanno reso possibile quei donatori che ne hanno arricchito le collezioni nel corso del tempo; ricordiamo tra gli altri Danilo Angeli, Vanni Bertini, Giulia Borelli, Anna Busca, Donatella Carraro, Margherita Cerletti, Egidio Coos, Giorgio Piacentini, Drago Sedmak, Mirella Testoni Cirla, Alberto Turinetti di Priero.

Accanto alle donazioni il Museo ha ottenuto importanti prestiti dall’Associazione Storico Culturale Col di Lana di Livinallongo, dalle Civiche Raccolte Storiche di Milano, dal Comando delle Truppe Alpine di Bolzano – 2° Reggimento genio guastatori alpini di Trento, dal 173rd Infantry Brigade Combat Team (Airborne) di Vicenza, da Leonardo s.p.a. di Roma (che ci ha consentito di esporre le dotazioni del progetto “Soldato Futuro”), dalla Marina Militare – Museo Storico Navale di Venezia, dal Museo Civico Storico Territoriale di Alano di Piave, dal Museo della Grande Guerra di Cividale del Friuli, dal Museo Nazionale Storico degli Alpini di Trento, oltre che da privati: Alberto Miorandi, Mario Renna, Stefano Rigotti, Davide Zendri. Le foto provengono dagli archivi del Museo della Guerra, di Lorenzo Cremonesi, delle riviste “Informazioni della Difesa” e “Rivista Militare”, dello Stato Maggiore della Difesa.

È stato decisivo il sostegno economico dell’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento, cui si sono affiancate Volksbank Banca Popolare dell’Alto Adige, Apt Rovereto e Vallagarina e Cantina d’Isera. Ad essi, ai donatori e ai prestatori, va il ringraziamento e la riconoscenza del Museo.

I TEMI DELLA MOSTRA

Nella Prima guerra mondiale 67 milioni di uomini si scontrarono nel cuore dell’Europa trasformandola in un campo di battaglia. Mai fino ad allora gli stati avevano avuto a disposizione armi tanto potenti come le artiglierie e le mitragliatrici, nuove come gli aerei, letali come i gas tossici.

Le principali protezioni dei soldati furono le trincee scavate nel terreno per ripararsi da proiettili e schegge, dove sostare tra un assalto e l’altro. Furono reintrodotti gli elmi in metallo, le corazze e gli scudi; si introdussero maschere antigas che dovevano essere sostituite ogni volta che i laboratori chimici dei diversi paesi inventavano una nuova combinazione tossica.

Soprattutto, il soldato doveva diventare invisibile. Come un insetto nell’erba, una farfalla sul tronco di una pianta. Per questo gli eserciti abbandonarono le uniformi colorate che ancora nell’Ottocento rendevano riconoscibili i soldati nel fumo della battaglia. Più i colori delle divise si avvicinavano a quelli della terra, del tramonto, dell’erba calpestata (o al bianco della neve in alta montagna, o al colore delle sabbie desertiche), più i soldati si sottraevano alla vista degli osservatori nemici. Ma i dieci milioni di caduti della Grande Guerra testimoniano quanto poco efficaci siano state le protezioni adottate.

Tra il 1919 e il 1945 la guerra cambiò volto.
Le fanterie, protette dai carri armati, uscirono finalmente dalle trincee; gli aerei si alzarono per colpire ogni angolo del territorio nemico: truppe, città, fabbriche, vie di comunicazione. Per proteggersi, il soldato conservò l’elmetto (ogni stato adottò un modello diverso) e la maschera antigas. Il gas in verità fu usato da Francia e Italia solo nelle guerre coloniali degli anni Venti e Trenta, mentre il Giappone lo impiegò nella conquista della Cina, sempre contro nemici che non ne disponevano.

Anche il mimetismo si affermò, sia pur lentamente. Ma nei vent’anni di attesa della nuova apocalisse anche i civili entrarono nel mirino dei bombardamenti. Si costruirono rifugi antiaerei, si distribuirono maschere antigas, si crearono squadre di pronto intervento che divennero visione quotidiana in una guerra che non conosceva più limiti. L’ultimo ad essere superato fu la fissione nucleare, utilizzata nella bomba atomica lanciata su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Tra il 1945 e il 1989 – furono gli anni della Guerra fredda e dei blocchi contrapposti, delle lotte per l’indipendenza delle ex colonie – le uniformi mimetiche furono adottate come segno distintivo degli eserciti nazionali. Ma ormai molti combattenti delle lotte di liberazione non portavano più uniforme e si nascondevano tra la popolazione.

I civili, forzosamente o volontariamente schierati da una parte o dall’altra, furono esposti a rappresaglie di ogni tipo. La forbice tra perdite militari vittime civili si allargò ulteriormente. Ancora negli anni Ottanta il gas continuò ad essere usato, contro soldati e civili; i primi continuarono a indossare elmetti, maschere antigas e giubbotti protettivi (eredi delle corazze di metallo) contro proiettili, schegge di granate e trappole esplosive.

Le grandi potenze, dotate di armi nucleari e di sistemi missilistici, mantennero nei loro depositi – pur senza farne uso essendo messe al bando – armi batteriologiche e chimiche: nuclei speciali di soldati vennero dotati di tute protettive contro agenti chimici, batteriologici o radioattivi.

Dopo il 1989, con il temporaneo eclissarsi dell’URSS come potenza mondiale, ebbe fine la Guerra fredda. Ma le guerre non scomparvero: stati che si dissolvono come accadde in Jugoslavia, nel Caucaso e in Africa; recrudescenze di conflitti in Medio Oriente, la comparsa di una nuova generazione di terroristi che fanno del corpo l’arma distruttrice, sono stati al centro del disordine mondiale.

La protezione del soldato cambia. Gli eserciti tecnologicamente più avanzati oggi sono in grado di fornire loro forme di assistenza più efficaci: oltre a giubbotti antiproiettile, elmetti e maschere antigas, possono dotarli di tute capaci di adattarsi alle caratteristiche dell’ambiente. In più, i comandi militari possono mantenere i contatti con il singolo soldato attraverso reti di comunicazioni, tecnologie informatiche e sistemi di localizzazione satellitare. Diventa possibile intervenire tempestivamente con attacchi mirati, oltre che per mettere in salvo soldati feriti o liberare soldati catturati.

È cronaca dei nostri giorni: città del Medio Oriente ridotte a cumuli di macerie, mentre nelle nostre città aleggia la minaccia di nuovi scenari di violenza, tipici di guerre percepite finora come lontane, manifestazioni di una globalizzazione che non conosce confini politici o geografici.

Il terrorismo, soprattutto quello legato a movimenti radicali islamisti, ha colpito sia paesi a maggioranza musulmana in Medio Oriente, in Asia e in Africa, sia paesi europei e del nord e sud America.  La reazione a questi attentati ha introdotto misure di controllo e attività investigative e di intelligence nei paesi colpiti o minacciati, , oltre ad aver determinato interventi militari contro stati accusati di connivenza con le organizzazioni terroriste.

E ora è la minaccia del terrorismo alla vita di persone inermi coinvolte in modo casuale negli attentati, ed a quella di militari e delle forze incaricate di prevenirli e di sventarli, a rappresentare la nuova sfida che attende ancora di essere vinta.