Alle prese con la superiorità

0
562

La superiorità non è né un neologismo (ciò è dimostrato dall’origine latina della parola superior –oris), né un concetto nuovo, infatti il genere umano si sente superiore non solo ad individui con una cultura diversa (generalmente popoli diversi), ma anche a persone che condividono la stessa cultura (stesso popolo). Ma procediamo per gradi.

È da tempo immemore che i popoli cercano di prevalere gli uni sugli altri utilizzando diversi pretesti che vanno dalla lingua, alla religione (che va di pari passo con la cultura) e alla scienza.Pensiamo al popolo dei greci: avevano coniato un termine onomatopeico, che traeva origine dal suono degli uccelli (bar-ba) e anche dalla difficoltà per gli stranieri di pronunciare le parole greche. Il balbettio che ne risultava veniva utilizzato dalla “superiore” civiltà greca come sfregio nei confronti dello straniero per indicare chi non parlava la loro lingua e, perciò, chi era inferiore a loro: barbari (βάρβαρος). Tuttavia, tanto orgogliosi e sicuri della loro superiorità, accettarono in fretta di perdersi nei meandri della complessa civiltà orientale.

La religione portata avanti dalla Chiesa cattolica, ha incentivato – probabilmente più di tutte le altre confessioni – lo scarto tra superiori e inferiori sia in età medievale, sia durante l’età moderna, soprattutto quando è venuta a contatto con civiltà ‘’meno complesse’’ incontrate in Africa e America. Per fare un esempio, la Chiesa, per opera dei Gesuiti, coinvolse le masse delle popolazioni degli Amerindi in un progetto di cristianizzazione che prevedeva non solo la trasmissione di valori morali e intellettuali, ma anche la diffusione del Libro. Si deve ricordare che tale progetto era stato legittimato solamente grazie alle idee di Bartolomè de Las Casas, vescovo spagnolo nato nel 1484, il quale aveva dichiarato che gli indigeni non erano creature subumane e in quanto tali possibili di sterminio, ma, essendo anch’essi figli di Adamo – anche se al grado infimo di sviluppo – meritavano un’educazione che innalzasse il loro livello di civiltà e la loro spiritualità. Prima di allora il piedistallo in cui si stanziava la cultura-religione cattolica rispetto le altre civiltà era ancora ‘’più superiore’’. Questo fenomeno di colonizzazione culturale e religiosa comportò, dal punto di vista della popolazione indigena, lo schiacciamento degli stili di vita, la perdita di radici e un disorientamento evidenti – che sfociarono successivamente nel problema dell’alcolismo –, mentre dal punto di vista cattolico-europeo, la superiorità del modello considerato vincente.

Né quando avvenne il processo di secolarizzazione, né quando l’autorità della Chiesa fu messa in discussione, gli europei abbandonarono il loro atteggiamento di superiorità secondo cui la civiltà europea è l’unica possibile; il testimone della superiorità passò alla scienza. Questa, con le teorie poligenetiche del ‘600 e del ‘700, sdoganò la religione sebbene, allo stesso tempo, incentivò il propagandarsi di teorie razziste, nate considerando il principio della generazione multipla, non limitata ad Adamo. Il risvolto di questi principi fu l’avvaloramento del concetto di schiavitù (che era già presente nella storia dell’uomo) e la relativa presa in atto delle conseguenze: si segna così il via al terribile commercio triangolare degli schiavi.

È evidente che la supremazia europea voleva imporsi sulle civiltà che considerava diverse, perciò inferiori: dal momento che l’Europa era il luogo dove la scienza e la ragione stavano sconfiggendo la superstizione e la magia, dove si stavano affermando la libertà, la tolleranza e il progresso, la sua civiltà poteva e doveva illuminare le altre. Ma è davvero così? L’Europa era veramente superiore? La differenza tra culture, per anni, è stata presa in considerazione solamente per decretare giusto-sbagliato, bene-male, superiore-inferiore; questi binomi, come si può intuire facilmente, indicavano la società europea come migliore, a discapito delle altre. Generalmente la società ha sempre temuto quello che va oltre schemi preimpostati: quello che sta al margine o che si trova in una situazione di mezzo, non è rassicurante e quindi non è accettato. Il maiale, per esempio, è un quadrupede, ma ha lo zoccolo a metà, ecco il motivo per cui è impuro secondo la religione ebraica e musulmana; stesso concetto è applicabile ai pesci senza squame che sono considerati impuri dagli ebrei perché “pesci a metà’’. In questo senso tutto quello che si profila diverso, fa paura, perciò ogni aspetto deve essere definito sulla base della società che si analizza: oltre alla condanna per l’incesto, non ci sono valori comuni a tutte le società. Le cose devono essere affrontate da più punti di vista, senza arenarsi a priori su un concetto considerato valido e immutabile; ogni società ha le proprie caratteristiche e valori che non dovrebbero essere messe in discussione per un dogma ‘’superiore’’ esterno. È difficile comprendere a pieno i meccanismi dell’uomo nella società, ma purtroppo, pessimisticamente, mi sento di poter affermare che l’essere umano tenderà, sempre, per sua natura, ad essere superiore all’altro. La superiorità potrebbe essere letta anche come un tentativo, dato dalla paura del diverso, di non soccombere, e in chiave darwiniana, il tentativo di sopravvivenza.

Per concludere: chiedere di porre fine alla smania di superiorità sarebbe, citando Fabrizio De André, una “smisurata preghiera”. In uno dei suoi concerti (Montichiari, 1997) il cantautore genovese fece una premessa alla canzone Smisurata preghiera (Anime salve, 1996) che potrebbe essere applicata anche nel caso della superiorità. Recita: “È una preghiera, cioè un’invocazione ad una entità parentale affinché si accorga di tutte le umiliazioni e le sofferenze a cui sono di solito sottoposte le minoranze soltanto per il fatto di esserlo. Le maggioranze hanno l’abitudine di guardarsi indietro, di contarsi; prendiamo i cattolici. Si guardano, si contano, siamo seicento milioni! Dall’altra parte spuntano i musulmani e dicono: “noi siamo un miliardo e due’’ e a seconda di questi numeri si sentono in diritto di vessare e di umiliare quelli che non la pensano come loro. Questo non succede, ovviamente, solo in campo religioso, ma un po’ da tutte le parti. Questa preghiera è destinata ad un’entità superiore perché si accorga di questi destini miserabili voluti così dalle maggioranze. E oltre che preghiera si chiama anche smisurata perché è talmente fuori misura che penso che non la ascolterà proprio nessuno. Noi comunque la cantiamo lo stesso, non si sa mai!”.

Francesca Masin