Le leggende e i film ce li hanno presentati in due vesti opposte: l’una dall’aspetto dignitoso, tranquillo, quieto; l’altra dall’aspetto feroce, cattivo, mostruoso. Due facce della stessa medaglia, sovente presenti in un unico corpo, pronte ad esplodere senza un motivo scatenante.

Antonio Boggia, detto il “Mostro di Stretta Bagnera“, è considerato il primo assassino seriale italiano. Lui rappresenta l’enunciato precedente: un signore distinto, fine conoscitore delle aste e dell’economia spicciola, che frequentava assiduamente la chiesa di San Giorgio al Palazzo, e i vicini lo giudicavano un cristiano timorato di Dio, sempre pronto ad aiutare il prossimo.

Forse è bene rilevare questi particolari, giacché le fonti di quei tempi amavano trarre le prove definitive della malvagità di qualcuno dall’aspetto fisico (Lombroso ci ha fatto una carriera su questo). Come poteva un signore dall’aria così nobile e tranquilla commettere quegli efferati omicidi? Eppure, eccolo lì armato di ascia, di seghetti, di mattoni e di ceste, chino a trafficare per nascondere i suoi orribili segreti in una Milano, della seconda metà dell’Ottocento, restituitaci ingiallita dalle cronache del tempo. E poi, per quali motivi? Per denaro, appetito tanto oggi quanto ieri.

Nato nel 1799 a Urio, sul lago di Como, nel 1824 ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito ad una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio.
Qui ha inizio la vicenda: un figlio ficcanaso della Perrocchio, Giovanni Maurier, che va chiedendo in giro dove si sia nascosta la madre. I vicini gli indicano proprio il Boggia, che gli dice genericamente che sua madre è partita per il lago di Como, ma volendosi riappacificare col figlio aveva deciso di lasciargli magnanimamente un appartamento in usufrutto del condominio che avrebbe poi amministrato proprio il Boggia. Per far tacere le preoccupazioni del figlio, questi gli mostra delle lettere della madre che affermano quanto detto.

Tuttavia il Maurier, recatosi da un notaio per sbrigare le necessarie scartoffie, venne a sapere da questi che il Boggia già una volta gli aveva chiesto una procura per un simile affare, portando con sé un’anziana donna spacciata per la Perrocchio, ma fiutando un imbroglio (sia mai che qualcuno gli rubasse il lavoro in casa!), li aveva allontanati entrambi.

Un possibile sospettato, un possibile imbroglio: manca solo l’uomo di legge che comincia ad indagare. Nella nostra storia viene interpretato dal giudice Crivelli, incaricato dell’indagine, che scopre l’esistenza di una procura falsa, stipulata innanzi al notaio Bolza di Como, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino distretta Bagnera.
Ivi condotto, il Boggia riconobbe di aver ucciso, mutilato e nascosto il cadavere dell’anziana donna. Naturalmente orrore e disgusto si diffuse per tutta la città, ma doveva ancora venire il peggio: in una scrivania nell’appartamento del Boggia vennero trovate altre due procure, per Angelo Serafino Ribbone e Pietro Meazza, entrambi irrintracciabili.

Fu ispezionata una cantina in via Bagnera appartenente al Boggia: i cadaveri rinvenuti nel sotto pavimento erano tre anziché i due cercati dai carabinieri. Dopo molte ricerche fu possibile attribuire i resti del terzo corpo a Giuseppe Marchesotti, anche lui assassinato da Boggia, che lo aveva adescato con storielle di facili guadagni.
La parte del processo scorre veloce e quasi noiosa, senza alcun salvataggio spettacolare o last-minute degno di un regista americano: il Boggia cercò fino alla fine di fingersi pazzo, tanto da girare nudo per la sua cella, adducendo come scusante un dolore lancinante alla testa che gli ordinava di uccidere. La difesa aveva giocato tutto sull’infermità di mente ma al termine venne emessa la prevedibile sentenza di condanna a morte.

Antonio Boggia venne decapitato nel novembre del 1861: a lui è legato il curioso “record” di essere stato l’ultimo decapitato nel Ducato milanese e tanta fu la rabbia nei suoi confronti, che frotte di mani si offrirono per maneggiare l’ascia. E a proposito di ascia, grazie ad essa rivive il mito del Boggia: un collezionista afferma di avere nella sua collezione l’originale ascia con la quale furono uccise tutte quelle persone.

Spero solo che non la usi per accoglierci i suoi clienti.

Pasquale Narciso