Banditi in Svezia i Classici Disney per sessismo

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La scuola materna Nicolaigarden di Stoccolma ha deciso di bandire Biancaneve e i sette nani dagli scaffali della biblioteca: il classico Disney, infatti, presenterebbe un’eroina troppo ingenua, facile da raggirare, carente di personalità e prigioniera nel suo ruolo di “donna”. Per una degna parità di genere, anche il ruolo del Principe Azzurro viene fortemente contestato, il quale appare senza spessore psicologico e attratto solo dall’aspetto fisico.

Secondo il Global Gender Gap Report 2016, che riporta i progressi fatti dai Paesi nel ridurre la differenza di genere, i primi quattro posti sono occupati dalle nazioni dell’Europa del Nord, classifica in cui l’Italia guadagna solo la 50esima posizione. L’indice si basa sul possibile gap presente in quattro settori: educazione, salute, economia e politica.

Nel 2012, per scongiurare differenze di genere, in Svezia è stato introdotto il pronome neutro “hen” in sostituzione del maschile “han” (lui) e del femminile “hon” (lei). Il messaggio che se ne deduce è che “equality means neutrality”, in quanto la società deve mostrarsi sensibile nei confronti di coloro che non si identificano né come maschi né come femmine. Da noi in Italia, invece, non si pretende neutralità, quanto più parità: la differenza di genere che si insidia nel linguaggio, infatti, è una questione di cui la presidentessa Laura Boldrini si è fatta portavoce in più occasioni, tanto da chiedere all’Accademia della Crusca di approvare il femminile di sostantivi solo declinati al maschile come “sindaco” o “ministro”.

L’ultimo episodio della saga risale a pochi giorni fa, quando Napolitano si è rifiutato di usare il termine “presidentessa” riferito proprio alla Boldrini, preferendo “signora presidente”; anche Mara Carfagna si è espressa in merito: “Una donna ha davvero bisogno di questo per sentirsi completamente riconosciuta nel ruolo che ricopre? Non credo. La gambetta non dimostra il valore, l’intelligenza, lo spessore, la preparazione, non aggiunge nulla e francamente trovo l’accanimento su di essa alquanto superfluo e stucchevole“.

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Le maestre della Nicolaigarden si sono sottoposte ad un esperimento per capire in che modo si modificava il loro comportamento rivolgendosi ai maschi e alle femmine. I risultati hanno dimostrato che le insegnanti spendevano più tempo a consolare le femmine che si erano fatte male giocando, mentre esortavano i maschi a tornare a giocare minimizzando l’accaduto. I maschietti, poi, venivano ingaggiati per mostrare ai compagni come eseguire giochi all’aperto, mentre alle femminucce era riservato il ripasso delle lezioni precedenti alla classe.

Da tempo si considera il genere come risultato di due componenti: il genere biologico e quello culturale e non sempre i due coincidono. Anche il gender, dunque, scaturisce da una costruzione sociale, che i bambini avviano dall’infanzia grazie soprattutto alla scuola, luogo di incontro con i coetanei. All’asilo i bambini sono incoraggiati a comunicare con gli altri, ad inserirsi nel gruppo e a condividere giochi e momenti della quotidianità.

Lo scorso anno, in occasione del Natale, la cooperativa francese Système U, nel creare un catalogo di regali natalizi, aveva realizzato un video con un gruppo di bambini per sfatare il mito che associa determinati giocattoli ai maschi e altri alle femmine. I bambini erano consapevoli che “il blu è per i maschi e il rosa per le femmine”, che “il papà lavora e porta i soldi a casa”, che “le femmine si divertono in cucina” e che “i maschi non sanno prendersi cura dei bambini”. Eppure, lasciati liberi di giocare con qualsiasi gioco, le femminucce si avvicinavano alla pista di macchinine, maneggiavano cacciaviti e bulloni e suonavano la batteria, mentre i maschietti passavano l’aspirapolvere, si dilettavano ai fornelli e cambiavano pannolini alle bambole.

Sulla scia di simili iniziative, si tende a demonizzare i cartoni Disney della prima fase, quelli di Biancaneve o Cenerentola, accusati di sessismo dalla Brigham Young University. Dallo studio è emerso che, per colpa della “cultura Disney”, le bambine si convincono di non essere in grado di fare alcune cose o di dover incarnare un prototipo di bellezza, mentre i bambini si sentono realizzati solo se ricchi e sposati con una bella donna.

Come ogni cosa, anche i cartoni animati devono essere contestualizzati al loro periodo di produzione, ma non per questo andrebbero eliminati: la dottoressa Coney, coordinatrice dello studio condotto dalla Brigham, spiega che, dal momento che i cartoni Disney veicolano anche messaggi come bontà, altruismo e amore per la natura, non sono negativi per i bambini; l’importante è che i genitori si confrontino con i figli sugli insegnamenti ricavati, problematizzando la questione.

La scuola Nicolaigarden, dunque, ha scelto la strada più facile: via il dente, via il dolore, perché va bene la parità, ma solo se confezionata come un regalo di Natale, senza lunghe discussioni e inutili confronti. Il bambino è intelligente se deve scovare stereotipi e pregiudizi, ma è giudicato incapace di sceglieredi aderirvi o condannarli. Per fortuna ci sono ancora generazioni a cui non è stata interdetta la visione dei classici Disney e che devono molto ai loro protagonisti; per Natale, la Rai regalerà loro una maratona dei classici Disney più apprezzati, ma, considerati i precedenti, se ne consiglia la visione ad un pubblico assennato e responsabile.

Di Antonella Gioia