BENI CULTURALI E LA FACILE RETORICA DEL ‘PETROLIO’

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Il vice-presidente del PD Ivan Scalfarotto, in un articolo del suo blog pubblicato poi da ‘Il Post’ il 16 novembre 2013, dice la sua riguardo l’utilizzo e conseguente valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Tutto nasce da una lettera di Salvatore Settis indirizzata al Cardinale Arcivescovo di Milano, che si concludeva in questo modo: «Dobbiamo forse immaginare che ogni campanile, ogni cattedrale, ogni palazzo pubblico debba essere svilito aggiungendovi ascensori e terrazze-bar e noleggiandolo a ditte private che non vi vedono altro se non un’occasione di profitto? Dobbiamo forse suggellare per sempre, perfino nelle chiese, l’idea che il denaro è l’unico valore corrente?». E tale lettera derivava appunto dall’ipotesi paventata di costruire un ascensore (esterno) che avrebbe permesso ai turisti in visita all’Expo di salire sul Duomo milanese, ammirare la skyline della città e, perché no, bere un caffè al bar che sarebbe stato a sua volta costruito fra le guglie.
Scalfarotto non vede nulla di male in questo, anzi prende proprio l’immagine dell’ipotetico ascensore per renderla simbolo della necessaria modernizzazione di cui il Paese ha bisogno, a partire da un rinnovamento dei modi fruizione dei beni culturali a favore del maggior numero di turisti paganti. Secondo lui le parole di Settis (tra le maggiori autorità in merito a questioni di tutela e valorizzazione) sono dettate soltanto da una ideologia troppo legata al passato, paralizzante e ostile a qualsiasi novità.
Il discorso di Scalfarotto entra di diritto all’interno di quella retorica del patrimonio culturale visto come il nostro ‘petrolio’: ovvero come l’unica vera ricchezza italiana che, data in pasto a un turismo di massa, ci consentirebbe di fuoriuscire dalla stagnazione economica.
Ma è corretto ridurre la cultura a semplice strumento di profitto istantaneo? Non sarebbe meglio considerarla, con una riflessione più ampia, sia come
custode della nostra memoria sia come punto di partenza per un processo di ri-civilizzazione del cittadino? Cittadino che sempre più si sente slegato da una identità comune e dal senso di responsabilità che ne deriva: il mantenere vitale una tradizione contro ogni spinta omologatrice che vuole trasformare ogni cosa in un centro commerciale.
E mantenere in vita non significa certo doversi adagiare su di un glorioso passato, tutt’altro. Significa educare, ri-contestualizzare, mutare la società da passiva depositaria di una inarrivabile perfezione ad attiva interlocutrice capace di raggiungere una nuova fase nella sua straordinaria storia. La questione è certamente complessa, ma necessita di un cambio di prospettiva radicale in grado di soppiantare gli slogan che pongono il profitto come fine ultimo. E tanto per iniziare tale questione dovrebbe essere affidata a personalità competenti in materia. Cosa che sembrerebbe scontata, ma non lo è.

Simone Isoli

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