Centenario della morte di Guido Gozzano

Il 9 agosto 1916 il crepuscolo pianse un giovane poeta: Guido Gozzano. Nato nel 1883 da una famiglia della benestante borghesia torinese, manifestò la sua passione per la letteratura quando, iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza, disertò le lezioni per assistere a quelle del professor Arturo Graf. Personalità insigne nell’ambito letterario, egli guidava i giovani verso una battaglia contro il materialismo e il positivismo, nella direzione di una poesia più innovativa.

L’apprendistato letterario di Gozzano si nutrì dell’insegnamento di Graf e dell’ammirazione nei confronti di D’Annunzio. Il Poeta Vate infatti riprese i temi del Poema paradisiaco (1893), unico componimento dannunziano considerato antiestetizzante, che ricercava l’innocenza dell’infanzia mediante la redenzione dal dolore. Rilevante fu anche la poetica pascoliana, caratterizzata dalla predilezione per le parole e oggetti umili del quotidiano. Anche i modelli francesi simbolisti furono ispiratori per il giovane torinese.

Oltre a questo bagaglio letterario, Gozzano fece propria la corrente dei poeti crepuscolari; le esperienze di questi giovani scrittori si stavano già consumando e, per alcuni, volgevano al termine. Corazzini sarebbe morto a breve, mentre Govoni, Moretti e Palazzeschi avevano già dato alle stampe le loro prime raccolte poetiche a stampo crepuscolare.

La cultura crepuscolare continuava a viaggiare nei colloqui dei salotti e nell’inchiostro delle lettere che passavano da Torino a Milano, da Firenze a Roma, tuttavia i ragazzi non si vollero etichettare mai come poeti.

Il ruolo del poeta, che era già stato messo in discussione nell’Albatros baudleriano, divenne tema fondamentale per la poesia di Gozzano: la vergogna d’essere poeta nasceva dalla consapevolezza di vivere in una società dedita solamente all’utile. L’Arte venne messa da parte e, con Lei, anche la poesia, incapace di trovare una soluzione per riemergere.

Paradossalmente l’unica medicina che egli utilizzò per guarire dalla condizione malata di poeta fu la fuga nel passato e nella malattia stessa, la tubercolosi, quella che lo porterà alla morte alla sola età di 32 anni. La poesia di Gozzano esprime, perciò, la crisi del reale, che è insieme anche crisi del soggetto lirico perché l’io non coincide più con se stesso e si sente fuori chiave rispetto al ritmo vitale dell’esistere.

Il tentativo di fuga del poeta si manifesta soprattutto nella sua poesia più celebre: La signorina Felicita, ovvero la felicità. La lirica viene pubblicata per la prima volta nel 1909 sulla Nuova Antologia e poi confluisce nei Colloqui, editi nel 1911.

Il protagonista, che è identificabile nello stesso Guido, è un avvocato che si innamora di una ragazza incontrata ad Ivrea. Felicita si allontana dalle altre donne della tradizione (Sei quasi brutta, priva di lusinga / nelle tue vesti quasi campagnole), ma allo stesso tempo fa parte dei topoi stilnovisti perché di lei si dice:

ma la tua faccia buona e casalinga,

ma i bei capelli di color di sole,

attorti in minutissime trecciuole,

ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

La particolarità di Felicita è quella di procurare felicità all’avvocato, afflitto, come lo stesso Gozzano, da una malattia inguaribile. Il suo sorriso diventa salvifico e benefico per la salute del protagonista:

aprivo gli occhi, tu mi sorridevi; 

ed ecco rifioriva la speranza! 

La condizione di estraniazione rispetto la realtà circostante è riscontrabile in alcuni passi della poesia: L’amico della crisalide, in cui l’autore, facendosi amico del fiore, si identifica in esso perché lo sente molto vicino alla sua situazione precaria.

Così, come una crisalide, in un’afosa giornata di agosto di cent’anni fa, calò la corolla, lasciando ai posteri un’immagine maestosa e duratura di una poesia piena di sentimento.

Francesca Masin