Come si beve il caffè in Italia

Storia e tradizioni del caffè in Italia, con qualche particolarità locale.

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Parlare di caffè in Italia è come parlare di calcio. Assolutamente un argomento sacro, tutti pensano di sapere ogni procedimento, ogni variante, cosa va e cosa non va – ma alla fine l’importante è la materia prima. Monumento del Belpaese, la caffeina accompagna le giornate degli italiani da secoli. Ma come si beve il caffè in Italia?

Il caffè è approdato in Italia tra il Cinque ed il Seicento grazie ai rapporti di Venezia con l’Oriente. Malgrado ciò, la prima bottega risalirebbe alla metà del Seicento, a Vienna, quando un soldato utilizzò i sacchi di caffè abbandonati dall’esercito ottomano in fuga per importare la dolce bevanda. Infine, a partire dal Settecento, il boom dei Cafè e dei salotti letterari ne ha accresciuto la popolarità, e ha contagiato anche la sua storia nella penisola. Il caffè tipico di Padova, ad esempio, risale all’Ottocento, ed è composto da un mix di espresso classico, panna, latte, cacao ed un tocco di sciroppo di menta. Allo stesso periodo risale anche il caffè di Fano a base di anice, zucchero e rum riscaldati con una scorza di limone: la tradizione vuole che fosse la bevanda bollente dei pescatori, per riscaldarsi prima di partire.

A Torino invece si trova il bicerin, che consiste in un espresso con aggiunta di cioccolata e panna liquida – il tutto in bicchierino di vetro, per assaporarne anche l’aspetto stratificato. Allo stesso modo è particolare il caffè valdostano: zuccherato, viene servito nella grolla – una coppetta di legno – e speziato con chiodi di garofano, cannella e ginepro. Una versione più esotica del caffè si trova in Calabria, dove viene corretto con brandy e liquirizia; quella più estiva è a Lecce, dove negli anni Cinquanta è stato brevettato con latte di mandorla e ghiaccio – rigorosamente in vetro.

Ma il più conosciuto è senza dubbio il caffè di Napoli: cremoso, ristretto e corposo. Si può trovare in altre versioni, ma nessuna mantiene l’aroma puro del caffè come quella classica. Le sue origini sono ancora oggi discusse: gli storici si dividono tra i sostenitori dell’importazione da parte della regina viennese Maria Carolina d’Asburgo Lorena, sposa di Ferdinando I di Borbone, e chi preferisce la storia del pellegrinaggio di Pietro Della Valle in Terra Santa, dalla quale sarebbero arrivati i primi chicchi di caffè nella città partenopea. A prescindere, ciò che conta è avere una tazzulella ‘e cafè al mattino.

Difficile – per non dire impossibile! – addentrarsi nel dibattito tra chi ama la moka e chi vuole la macchinetta del caffè ad ogni costo. I primi, più diffusi nel Nord Italia, sono gli amanti del caffè liscio, color cioccolato, magari anche un po’ lungo; qualcuno azzarda una cremina a base di primi spruzzi di caffè e tanto zucchero, per renderlo più spumoso. I secondi, maggiormente nel Sud Italia, prediligono il caffè ristretto e forte, ma allo stesso tempo cremoso, anticipato da un bicchiere di acqua.

Infine, cosa prevederebbe il galateo? Innanzitutto, vietato il caffè a tavola se non si è al ristorante: il caffè è un momento conviviale, ed esattamente come il tè va servito in salotto. Lo zucchero va aggiunto da chi lo sta servendo, ma rigorosamente mescolato da chi lo beve; il cucchiaino va mosso nella tazzina procedendo dall’alto verso il basso e senza girarlo velocemente o rumorosamente, poi va riposto sul piattino (guai a chi lo mette in bocca!). Divieto assoluto di far rumore nel sorseggiarlo, reclinare la testa all’indietro per recuperare l’ultima goccia o sollevare il mignolo quando si prende la tazzina.

Seguendo queste regole… Buongiornissimo, kaffèè per tutti!

di Silvia Vazzana

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Informazioni su Silvia Vazzana 36 Articoli
È nata nel 1997 a Reggio Calabria, ma da sempre vive a Trento. Iscritta al primo anno di Studi Storici e Filologico-Letterari (carriera tipo Lettere Moderne), fin da piccola ha amato la letteratura italiana ed ha provato ad emularla. Credente. Il suo blog di scrittura creativa è Compagna di Viaggio (https://compagnadiviaggio.blogspot.it/), con l’obiettivo di aprire gli occhi anche sulla narrativa, attraverso risate e riflessioni. Si prende poco sul serio.